Una fantasia cuckold di Luigi&ludovica
Appena uscito da casa della Bolognese, riguadagnai la stradina dove una moltitudine di gente si affannava — chi per semplice curiosità, chi in cerca della scelta giusta per la sera, chi per colmare un vuoto che portava dentro da sempre. Ero eccitato al massimo e avevo fretta di raggiungere l’auto, sedermici e rimettere ordine nei pensieri. Il mio disegno perverso stava finalmente prendendo forma: avrei dato l’ultima pennellata alla tela che avevo dipinto per mia moglie — anzi, su mia moglie. Era cominciata molti anni prima, e la prima macchia di colore risaliva a quella sera in cui ero stato invitato a cena dai suoi genitori. Eravamo poco più che adolescenti, figurarsi. Dopo cena il padre era andato subito a letto a fumarsi una sigaretta di nascosto, perché la moglie non gliela permetteva in sua presenza. Lei, dopo aver sparecchiato, si era seduta davanti alla tv e si era addormentata quasi subito sulla sedia.
Ludovica e io la osservavamo attenti, aspettando che l’abbiocco si facesse profondo per iniziare a toccarci. Baci sempre più vogliosi — ci eravamo insegnati da soli l’arte del bacio alla francese, ed eravamo diventati bravissimi — poi carezze, poi azzardi sempre più intimi, sempre con un occhio sulla madre. Inevitabilmente la mia mano finiva tra le sue cosce tenere, cercando la sua fica vergine per farla venire con un dito. Lei muoveva già il bacino per facilitarmi, dopo che avevo esplorato la vulva coperta di peli folti. Quella sera ebbi l’ardire di sfilarle le mutandine di cotone bianco a coste, quelle che trattenevano le abbondanti secrezioni che l’eccitazione le procurava. Trasalì quando gliele feci scivolare lungo le cosce, poi lungo le gambe, fino a liberarle dalle scarpe. Da lì fu una corsa verso il piacere: lei sul mio dito, io tra le sue mani. Rischiammo grosso quella sera, perché dopo che le avevo sborrato sulle dita — e abbondantemente sulla sedia dove sedevo — sua madre ebbe un sussulto che sembrò un risveglio. Ho sempre pensato, in realtà, che facesse solo finta di dormire.
Credo sia stato allora che imparammo a godere della trasgressione, dell’esibizionismo, del voyeurismo. Eravamo in sintonia naturale nel coltivare quella reciproca propensione a provocare, a scivolare nella lussuria. Il secondo colpo di pennello nella sua corruzione lo diedi nei pomeriggi del sabato, al nostro cinema abituale, dove ci rifugiavamo per sfogare l’esuberanza e l’esplosione ormonale di quell’età. Facevamo di tutto, incuranti degli sguardi della gente seduta in sala non appena si spegnevano le luci. Ditalini e pompini, a cui lei si abituò in fretta. Baci lunghissimi, umidi, che preparavano i nostri orgasmi. Fino alla temerarietà di permettere a un anziano venditore di gelati del cinema, prima di spiarci e poi — con la mia autorizzazione e complicità — di sottoporre la mia ragazza, oggi mia moglie, alla sua lasciva curiosità. Avevo la stoffa del corruttore, io; lei quella della corruttibile.
Il resto si dipanò senza soluzione di continuità negli anni successivi, e soprattutto dopo il matrimonio.
Seduto in auto, protetto dall’oscurità, riflettevo sulla pennellata finale che avrebbe chiuso la tela di mia moglie. La Bolognese ci aspettava già l’indomani — aspettava soprattutto lei, Ludovica, per conoscerla. L’avrebbe interrogata, valutandone le inclinazioni; esaminata fisicamente; avvertita sul percorso che le avrebbe fatto fare in quel tugurio malfamato e fatiscente. L’avrebbe istruita su ogni dettaglio del mestiere, anticipandone i rischi, chiedendole l’accettazione che tutto questo comportava.
Ero eccitato. Ma insieme temevo che mia moglie, dopo tutte le esperienze trasgressive a cui l’avevo indotta, potesse davvero adattarsi a fare la puttana. Rabbrividii al pensiero che potesse accettare; tremai al timore che rifiutasse e, stavolta, chiedesse la separazione. Volevo andare fino in fondo, e decisi che Ludovica non dovesse sospettare nulla fino all’ultimo istante, fino a un passo da quella stradina. Anche riluttante, l’avrei convinta a salire quei tre gradini del terrapieno dove la Bolognese ci avrebbe atteso seduta davanti all’ingresso. Deciso: avrei condotto mia moglie sull’orlo dell’abisso senza che potesse accorgersene, fino al momento in cui la donna, al nostro arrivo, ci avesse fatti entrare in quel tugurio.
Rientrai a casa tardissimo. Ludovica mi rimproverò — nel pomeriggio avevamo quasi litigato — e mi disse che andava a letto, che la cena era in tavola. Prima di ritirarsi mi avvertì che il pomeriggio seguente l’avrei dovuta accompagnare da Gino, il suo amante: le aveva confermato l’incontro a casa sua per le sedici.
Aggiunse, sarcastica: «Almeno lui mi fa godere in un altro modo, non come te. Domani faccio il pieno di cazzo — il tuo ormai lo vedo col cannocchiale.»
La raggiunsi a letto e le restituii la stessa perfidia: «Amore, hai ragione. Tu meriti molti cazzi, non solo quello di Gino.»
Mi rispose pronta, visibilmente irritata: «Mi basta Gino. E se ti sta frullando qualcosa in quella testa di cazzo e di cornuto, non illuderti: a costo di fare la puttana di strada per mantenermi, ti lascio. Questa volta ti lascio davvero.»
Neanche se avesse letto nella mia testa. Mi stava togliendo il pennello di mano: avrebbe firmato l’opera lei stessa, con l’ultimo tocco della sua perspicacia.
Tornai in cucina mentre lei prendeva la cornetta e telefonava al suo amante, confermandogli che l’avrei accompagnata l’indomani alle sedici in punto. Prima di chiudere aggiunse che non vedeva l’ora di scopare con lui: «Voglio essere la tua puttana, amore» — così chiuse la telefonata.
Profetica, la puttana. Gongolai nel sentirla parlare così: era di buon auspicio per la mia opera di persuasione. Il resto sarebbe stato affidato alla capacità di convinzione della Bolognese.
Il giorno dopo Ludovica non andò al lavoro. Si preparò per l’incontro pomeridiano curando ogni dettaglio. Si fece un clistere profondo, poi accorciò i peli della fica disegnando un triangolo perfetto col vertice sul monte di Venere. Usò tutte le creme che aveva — per il viso, per le gambe — e completò il trucco, tranne il rossetto che avrebbe messo prima di uscire. Lo stesso per il profumo preferito, quello che piaceva a Gino. Mi avvertì che sarei dovuto tornare a prenderla non più tardi delle 21.30, perché lui doveva andare al lavoro — faceva il meccanico all’azienda comunale dei trasporti. La circostanza era perfetta per rispettare l’appuntamento con la Bolognese.
A pranzo scambiammo poche parole. Ludovica era ancora sul piede di guerra; la guardavo pensando a come, al solito, sarebbe diventata remissiva quando avesse compreso a quale prova stavolta l’avrei indotta a cedere. Sapevo che sarebbe stato difficile convincerla a un’impresa così estrema. Nutrivo dubbi, soprattutto per l’impatto dell’ambiente, palesemente ostile: la casbah, con il suo aspetto degradato eppure pittoresco, sarebbe stata per lei una visione inquietante — per non parlare del tugurio che avrebbe infine conosciuto.
Le dissi che ero pronto. Lei stava ultimando il trucco, ancora in mutandine, reggicalze e reggiseno, con i sandaletti col tacco dieci. Era bellissima. Quando poi indossò l’abito di lino dai colori tenui e variopinti, scollato a V e corto a metà coscia, ebbi un sussulto: mi rivedevo mia moglie, turbata e sorpresa, percorrere quelle stradine, salire i tre scalini dove la Bolognese l’avrebbe attesa, curiosa e inflessibile. Ne fui stordito.
Durante il tragitto nessuno parlò. Lei accese una sigaretta e mi ignorò. Arrivati sotto casa di Gino, scese in fretta ricordandomi di essere puntuale. La vidi salutare con un sorriso la madre di Gino, che abitava al pianterreno del vecchio, piccolo stabile. La donna rientrò per aprirle il portoncino dall’interno, e Ludovica sparì nell’atrio dove una scala stretta portava al piano di sopra. Vidi la vecchia abbracciare mia moglie e baciarla affettuosamente sulla guancia — la trattava come la fidanzata del figlio, o forse la sua amante. Era abituata a quel suo arrivo settimanale. Alla mia complicità. La cosa non mi piacque. Ingranai la marcia e me ne andai in fretta, pensando che una donna anziana come quella dovesse essere ben diversa dalle altre della sua età, per favorire così la tresca tra il figlio e una donna sposata — addirittura col beneplacito del marito.
Erano solo le quattro del pomeriggio; mancavano più di cinque ore prima di tornare a prendere Ludovica, e la tensione che mi attraversava era quasi insostenibile. Era venerdì, ero libero da impegni. Non sapevo dove andare; mi venne l’idea di anticipare la visita alla Bolognese. Mi diressi verso il quartiere malfamato con l’intenzione di trattenermi con l’anziana ex prostituta — trent’anni prima era stata tra le più richieste della zona, e tra l’altro mi aveva preso la verginità quando avevo sedici anni.
Posteggiai ai margini del dedalo di viuzze dove si consumava la prostituzione e mi avviai a piedi verso il tugurio fatiscente di Anna. La vidi seduta sul terrapieno come il giorno prima, le gambe comodamente accavallate, mentre fumava e chiacchierava con un omosessuale anziano che conoscevo fin dall’adolescenza. Era noto a tutti per pubblicizzare l’attività della Bolognese affacciandosi alla porta-finestra della modesta abitazione: allora era popolare per la cantilena con cui allettava i passanti in cerca di sesso a pagamento — «…andiamo a Bologna…» — riferendosi all’amica che aspettava dentro. Toccava a lui preparare tutto l’occorrente: i bacili d’acqua che riempiva da un bidone, i preservativi sulla colonnetta accanto al letto, le riviste pornografiche sparse sul tavolino basso, perché i clienti potessero farsi un’idea o trovare qualche suggerimento.
Quando mi vide, aspirò a lungo dalla sigaretta, mi guardò con occhio indagatore, buttò fuori una nuvola di fumo e mi salutò con la mano, senza alcuna emozione. Restai ai piedi del terrapieno, interamente occupato da lei e dal suo vecchio amico. Mi chiese se mi fossi pentito della proposta riguardo mia moglie. La rassicurai, e la donna scambiò un’occhiata d’intesa col suo amico: capii che era già al corrente dell’insolita offerta fattale il giorno prima. Lui mi sorrise, mostrandomi complicità.
Giustificai la visita fuori programma con l’ansia dell’attesa, spiegando che mia moglie era al lavoro e che sarei andato a prenderla verso le nove per portarla da lei. Anna scosse la testa e commentò con ironia, guardando l’amico: «Fino alle nove di sera lavora? Si starà trattenendo in ufficio a fare qualche pompino, magari» — un sorriso a denti stretti, volgare e crudele. Il suo amico non rise; si fece serio, notando la mia umiliazione.
«Anna, perché non andiamo a casa mia a parlare col signore? Mi sembra brutto farlo restare qui fuori, con tutta la gente che passa.»
(Fu così che seppi che la Bolognese si chiamava Anna.) Lei, senza alzarsi, lanciò un avviso verso casa: «Pamela, io vado a casa di “Alida Valli”. Finisci col cliente e poi vieni a sederti qui al mio posto.» Si alzò, e dall’interno Pamela rispose con voce annoiata: «Abbiamo finito, si sta rivestendo. I soldi glieli do dopo, signora.»
Quello scambio mi fece rabbrividire: mi immaginai Ludovica abituarsi a parlare in quel modo con la sua tenutaria.
“Alida Valli” ci precedette ed entrò in un portone accanto al luogo dove Anna gestiva la sua casa d’appuntamento. Lo chiamavano così perché somigliava vagamente alla celebre attrice — gli occhi azzurri, i capelli biondi. Lo seguii svelto, anticipando di qualche passo la vecchia gloria del sesso a pagamento. Il “ruffiano”, appena imboccato il portone, aprì la porta di casa sua, solo accostata. Non c’era luce se non quella che proveniva dall’interno. Entrai, e subito dopo entrò anche Anna.
Vittorio — questo era il suo vero nome — chiuse la porta e ci indicò le sedie intorno al tavolo. Anna gli chiese di preparare il caffè. Mentre lo faceva, ebbi il tempo di osservare l’ambiente: molto più decente, ordinato e pulito rispetto a dove Anna riceveva i clienti delle sue ragazze. C’era un tavolo dignitoso, un piccolo angolo cottura, quadri con nudi ed eros maschili. I muri erano vecchi ma integri, tinteggiati in modo naif, e tutto era pulitissimo — persino qualche profumo diffuso, seppur economico.
Anna mi prese per mano e mi trascinò nella camera da letto, che si apriva sullo stesso ambiente senza porta; dall’altro lato immaginai ci fosse il bagno. La stanza era modesta ma curata: sul letto ordinato, al centro, una bambola — una civetteria che a quei tempi si usava mettere sui letti matrimoniali. Due comodini ai lati, una poltrona, due sedie, un attaccapanni con specchio, un separé da alcova anacronistico ma scenografico, una grande cassapanca con sopra un vecchio grammofono. Quadri con scene esplicite tra uomini. Sorpreso, notai in fondo alla cassapanca una pila di libri. Non ebbi il coraggio di far notare ad Anna quanto la casa del suo amico fosse tutt’altro che invivibile, rispetto alla sua. Lei sembrò leggermi nel pensiero e mi disse che il suo tugurio era ideale proprio per questo: far prostituire le sue ragazze in un’atmosfera di degrado, propedeutica agli atti — spesso laidi — che vi si sarebbero consumati. Compresi perfettamente la lezione sottile che mi stava impartendo, pensata evidentemente per mia moglie.
Vittorio gridò: «Caffè, Anna, e…» — gli mancava il mio nome. Glielo dissi. «…Luigi.»
Anna prese subito la tazza in mano e cominciò: «Ti avviso: tua moglie non avrà vita facile a fare la puttana per me. Sono esigente e severa. Dovrà essere remissiva con ogni cliente, assecondare inclinazioni, manie, stranezze, condizioni igieniche precarie e richieste particolari; adattarsi a una stanza povera, a un letto scomodo, a servizi igienici insufficienti. Senza fare la schizzinosa, senza protestare. Vittorio — “Alida Valli” — la svezzerà bene, le darà consigli e istruzioni. Porterà lui i clienti particolari, perché conosce gente viziosa e facoltosa; ma tua moglie riceverà soprattutto i clienti occasionali, a casa mia. Le due ragazze che lavorano per me il sabato e la domenica si prostituiscono nell’appartamento della mia socia, che ora è fuori sede. Tua moglie dovrà lavorare per almeno due mesi, quindi dovrai lasciarmi una cauzione di settecentomila lire a garanzia dell’impegno. Le tariffe da chiedere ai clienti gliele comunicherò stasera stessa, così conoscerà tutte le combinazioni delle prestazioni che dovrà offrire di volta in volta. Vittorio ha un amante più giovane e spesso riceve richieste di accoppiamenti particolari: tua moglie sarà quella che riterrò adatta a certi incontri, e lui gliene parlerà direttamente stasera. A proposito — se accetterà di fare la puttana per me, stanotte dormirà qui, da Vittorio, con me. Domani, alle 10.30, la porterò a casa mia e inizierà a ricevere i clienti. Ti avverto: né stasera, quando me la porterai, né domani, quando comincerà a lavorare, non voglio rifiuti dopo l’accettazione. Tantomeno scenate o casini plateali. Adesso vieni, ti faccio vedere il resto della casa dove farà la puttana, così puoi immaginarti tua moglie prima e dopo ogni incontro. Ieri sera hai visto la stanza dove dovrà farsi fottere; adesso ti mostro la stanzetta dove dovrà esaminare il cazzo del cliente, lavarlo con acqua e sapone, prima di aprire le cosce e farsi scopare.» Detto questo, mi precedette avviandosi nel tugurio.
Rabbrividii quando mi condusse in quell’antro dove i clienti sarebbero stati esaminati e ripuliti prima di possederla. Ma non dissi nulla. Prima di congedarmi, ordinò a Vittorio di preparare lenzuola e federa puliti, di rifare bene il letto per il giorno dopo, e di comprare pizzette e bibite per lei, per lui e per “la nuova puttana”. La salutai dandoci appuntamento per più tardi. Ebbe ancora il tempo di chiedermi se mia moglie fosse già al corrente dell’appuntamento per la “consegna”. Alla mia risposta negativa, mi avvertì che dopo averla portata, presentata e informata dell’accordo, avrei dovuto aspettare a casa di Vittorio l’esito del colloquio: lei e il suo ruffiano l’avrebbero interrogata, sottoposta a un’ispezione fisica, informata di regole e condizioni, e infine le avrebbero chiesto esplicitamente se accettava di prostituirsi. Io non sarei stato ammesso al colloquio. In caso di accettazione, sarebbe stata trasferita per la notte a casa di Vittorio, e io me ne sarei dovuto andare da solo, dopo la cessione ufficiale.
Ripresi la strada verso l’auto chiedendomi come avrebbe reagito Ludovica quando si fosse resa conto di ciò che avevo pianificato per lei. Ero scosso. Guardai l’ora: le sette meno un quarto. Dio, troppo presto per salire in auto. Tornai nel quartiere a camminare senza meta, cercando di annullarmi in mezzo a quei vicoli pieni di gente che sciamava avanti e indietro — molti li incrociavo più volte. Almeno tre ruffiani mi offrirono di entrare, decantandomi le prestazioni delle loro ragazze. Passai oltre. In certi bassi si affacciavano donne procaci, altre algide e insignificanti, altre ancora sformate, obese, magrissime, brutte — tutte, al mio passaggio, elencavano doti, prestazioni, dettagli della fica o dei seni. Una, dal seno enorme, mi offriva la “spagnola” con ingoio; un’altra, magra, mi mostrava i piercing ai capezzoli e alle grandi labbra; un’altra ancora, dal culo esagerato, mi decantava la sua specialità — sedersi su di me, farsela leccare, poi pisciarmi in bocca, se gradito, con l’occhiolino d’ordinanza.
Passai indenne tra tutte quelle offerte: la mente volava a Ludovica, e mi chiedevo se Anna le avrebbe imposto di adescare i clienti in modo così osceno, magari affacciata alla porta-finestra quasi nuda, in mutandine, reggiseno e tacchi. Avevo il cervello in fiamme e respiravo a fatica: dovevo uscire da quelle viuzze. Lo feci, sbucando su una strada di grande traffico. Guardai l’orologio: le otto. Ancora un’ora buona prima di andare a prendere Ludovica.
Mia moglie — solo allora ricordai che era con Gino, a scopare. La immaginavo godere di quel cazzo lungo che tanto adorava, perché — mi aveva confessato fin dalla prima volta — le arrivava a toccarle l’utero, a sfiorarle le ovaie, e per la sua curvatura verso l’alto le regalava piaceri e orgasmi particolari (solo dopo avrei scoperto che si trattava del punto G).
Entrai in un bar, ordinai uno scotch, uscii e passai davanti a un cinema a luci rosse confinante col quartiere malfamato. Vidi entrare tanta gente che avevo già incrociato nei vicoli — alcuni molto anziani, un ragazzo di colore. Mi fermai di fronte, e a un certo punto vidi avvicinarsi una coppia, un uomo e una donna, più o meno della nostra età. Trovai singolare che in quel cinema entrassero anche le coppie — chissà, coniugi? amanti? viziosi come me e Ludovica? Ricordai che almeno un paio di volte le avevo proposto di entrarci, e lei aveva sempre rifiutato. Stavo ancora riflettendo quando la donna della coppia si vide incastrare il tacco in un tombino; dovette fermarsi, chinarsi per liberare la scarpa, e nel farlo si girò quel tanto che bastò a farmela riconoscere: era la moglie di un collega di Ludovica, e l’uomo era proprio il marito. Provai un’emozione strana e li seguii con lo sguardo finché lui non la liberò e i due sparirono in fretta nel cinema. Pensai che tutti abbiamo dei segreti inconfessabili.
Camminai ancora, feci il periplo dei palazzi che circondavano la casbah e ne proteggevano l’umanità viziosa, peccatrice, miserabile, ingenua, sognatrice. Guardai di nuovo l’orologio: le nove meno un quarto. Ero tornato nei pressi dell’auto. L’ora giusta, finalmente. Ero un fremito continuo quando avviai il motore: cominciava adesso l’impresa più temeraria — la corruzione definitiva di mia moglie. Guidai con calma per una ventina di minuti, districandomi nel traffico serale. Vedevo commesse salire in auto accanto ai mariti che le aspettavano fuori dai negozi appena chiusi. Pensai che tra pochi minuti avrei accompagnato mia moglie ad accettare di fare la puttana per la Bolognese.
Arrivai davanti a casa di Gino. Fermai l’auto, spensi il motore. La vecchia madre si affacciò e mi fece cenno di abbassare il finestrino. «Ludovica sta scendendo, buonasera.»
Una bella umiliazione: la vecchia mi avvertiva che l’amante di suo figlio stava per tornare dal marito. Poco dopo l’androne si illuminò; la donna attese Ludovica sulla soglia, uscendo dal suo basso, la trattenne a parlare per pochi secondi, poi si abbracciarono e si baciarono.
Ludovica salì in fretta e mi sorprese baciandomi con trasporto. Lo giudicai di buon auspicio, sorpreso a mia volta. La ricoprii di complimenti, e lei mi ribaciò con gioia e passione. Aveva ancora il sapore dello sperma del suo amante. Glielo feci notare, e lei, prendendomi in giro, disse: «È una sorpresa per te? Non ti piace più? Ti anticipo che anche fica e culo sono pieni di sperma di Gino, cornutello mio…» — e mi baciò ancora. Poi aprì le cosce, si infilò una mano tra le labbra, raccolse un po’ dello sperma che il suo amante le aveva lasciato dentro e me lo strofinò sulla bocca. Le chiesi come mai fosse senza mutandine, e mi rivelò che Gino gliele aveva sequestrate, rimandandomela nuda e ancora gocciolante. Le chiesi se la vecchia si fosse accorta dell’odore del suo bacio. Si mise a ridere e mi disse che era triste, perché suo figlio non le aveva dato un nipote, pur sapendo che Ludovica non poteva restare incinta di lui. «Mi ha detto, salutandomi con un bacio, che mi aspetterà il prossimo venerdì e che mi farà trovare un dolce.»
Pensai che se Ludovica avesse accettato di fare la puttana per Anna, il venerdì successivo non sarebbe potuta andare da Gino, perché avrebbe dovuto presentarsi presto alla casa d’appuntamento. Rimandai il pensiero: ora dovevo affrontare il problema di rivelarle che non stavamo andando a casa, ma altrove.
Infatti, poco dopo aver ripreso a guidare, si accorse che la strada non era quella di casa. «Dove stai andando?» Non risposi. «Luigi, dove stai andando, dimmelo.» «Non preoccuparti, devo passare da un posto per una consegna.»
Contrariata, non chiese altro. Mi tornò in mente che Anna e Vittorio avevano parlato di un’ispezione corporale durante il colloquio. Come se la sarebbe cavata, quando l’avessero trovata senza mutandine, con fica e culo pieni di sborra? Intanto ero arrivato nei pressi del quartiere malfamato. Fermai l’auto, e Ludovica, ingenua, mi chiese: «Ma qui sono le puttane?» Sorrisi e le dissi di scendere. Mi seguì senza sospettare ancora nulla, continuando a chiedermi a chi e cosa dovessi consegnare qualcosa. Poi smise di domandare, e parlò: «Ma stiamo andando dove ci sono loro? Luigi, dove mi porti?» Camminava intanto, sollecitata da me: eravamo a una cinquantina di metri dalla stamberga di Anna. Da lì potevo già vedere il terrapieno illuminato, e Anna e Vittorio appoggiati alla ringhiera.
Ludovica si fece ansiosa, attraversando gli incroci delle viuzze. La condussi in fretta a coprire gli ultimi metri, e arrivammo sotto il terrapieno, dove Anna e Vittorio ci videro fermi. «Ludovica, Luigi, presto, salite. Vittorio, apri la porta» disse la vecchia tenutaria.
Ludovica era più stupita che allarmata. La tirai su per i tre gradini e fummo introdotti nel tugurio di Anna. Vittorio chiuse la porta-finestra col fermo. La luce era fioca, con una lampadina che pendeva dal soffitto. Vittorio accese una piantana e ci investì una luce intensa, accecante. Il ruffiano sistemò l’angolazione dello stelo e potemmo finalmente vedere bene Anna e Vittorio. Ludovica era muta, immobile. Guardava il letto — rifatto, stavolta, ma spoglio e miserabile. Anna la prese per mano; Ludovica si ritrasse. Anna, calma, cominciò a parlare:
«Cominciamo bene! Signorina, sei stata ceduta, dal debosciato marito che ti ritrovi, a me — per fare la puttana. Capisci? Ti dovrai prostituire qui, per me. Tuo marito ha parlato chiaro: vuole che tu faccia l’esperienza di prostituirti per denaro, e lo farai qui, due giorni la settimana, per due mesi, rinnovabili. Fra poco io e Vittorio, senza la presenza di tuo marito, ti faremo un colloquio — un interrogatorio, per meglio dire — per valutare se sei in grado di fare questo lavoro per me. Adesso sai tutto degli accordi che io e tuo marito abbiamo preso. Durante il colloquio, l’interrogatorio, l’ispezione corporale, tuo marito lo sistemeremo a casa di Vittorio, in attesa che io e lui decidiamo se sei idonea a fare la puttana per me.»
Poi ordinò a Vittorio di condurla nel cubicolo, per farle vedere il resto di quella casa misera e lercia. Vittorio prese Ludovica per un polso e la condusse nel buio pertugio. Accese una lampadina fioca, gliela mostrò. Ludovica restò muta, poi fu ricondotta al cospetto di Anna. Mi guardò, gli occhi pieni di lacrime, e parlò singhiozzando: «Mi presterò anche a questa degradazione. Sarò fiera di te — forse lo volevo da tempo. Farò la puttana per la signora, e non la deluderò. Non ti deluderò. Non so come si comporti una puttana, una prostituta, ma mi farò apprezzare. Possiamo andare? Ho bisogno di una doccia, a casa.»
Intervenne Anna: «No, bellina. Tu cominci stasera — non a lavorare, ma dopo che ti avrò interrogata, ispezionata, istruita su tutto quello che comporta il mestiere, ti chiederò se accetti di lavorare per me. Se accetti, resterai qui — anzi, a casa di Vittorio — così ogni notte, dopo il lavoro. Verrai a prostituirti due giorni la settimana, il sabato e la domenica, ma dovrai arrivare il venerdì sera entro le diciannove. Ceneremo insieme, io, Vittorio e te, e poi dormirai con noi due nel letto grande di Vittorio. Il sabato mattina riceverai i clienti. Allora — sei disposta ad affrontare il colloquio, l’interrogatorio, l’ispezione, ad ascoltare condizioni e rischi del mestiere, e se accetterai, e io deciderò di arruolarti, a restare qui per cominciare domani?»
Ero in ansia. Ludovica mi guardò, mi abbracciò, e diede il suo consenso.
Anna incaricò Vittorio di accompagnarmi a casa sua, in attesa della decisione se arruolare Ludovica come sua puttana, per poi tornare da loro.
Uscii senza guardarla.
Prosegue…
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