La chiave ce l'ha mia moglie
Mi chiamo Raffaele Di Lauro, ho 49 anni, faccio il macchinista sui regionali, deposito di Napoli Centrale, e abito a Marcianise. Con Titti, che all'anagrafe sarebbe Concetta ma così non la chiama nessuno, stiamo sposati da ventidue anni. Ve lo dico subito, così non ci sono equivoci: quello che vi racconto non è successo.
È una fantasia che io e mia moglie ci costruiamo a letto da mesi, un pezzo per sera. Lei aggiunge una cosa, io ne aggiungo un'altra, e se un dettaglio non ci convince lo cambiamo. Però ormai la sappiamo a memoria tutti e due, e vi garantisco che per me è vera come il turno di domani mattina. E pure a raccontarla mi fa ancora un certo effetto, e non vi sto a spiegare dove.
Tutto parte dalla gabbietta. Gliel'ho regalata io per il compleanno, per scherzo, una cosa di plastica trasparente con una chiavetta piccola piccola. Lei ha riso, poi l'ha girata tra le mani e ha smesso di ridere. Insomma, nella fantasia io quella gabbietta la porto da tre settimane: ci dormo, ci vado al lavoro, ci sto seduto in cabina da Napoli a Caserta e ritorno. La chiave la tiene Titti, su una catenina d'argento infilata nel reggiseno, in mezzo al petto.
Una cosa l'abbiamo stabilita da subito, pure se è tutto inventato: se uno dei due dice "Volturno" si ferma tutto e la chiave esce. Non l'abbiamo mai detta, ma sappiamo che c'è.
I due uomini li ha scelti lei. Luigi Russo, 38 anni, gommista a Santa Maria Capua Vetere, che porta la madre a fare la piega al salone di Titti, uno con le mani grosse che sanno di grasso pure dopo la doccia e una risata che si sente dalla strada. E Saverio Mastroianni, 41 anni, vigile del fuoco a Caserta, che parla poco e fa il turno di notte, per questo il pomeriggio è libero. Li ha contattati lei, ha deciso lei l'albergo e l'ora, io dovevo solo prendermi un giorno di ferie.
L'albergo è una palazzina senza insegna sulla Statale Appia, poco fuori Capua. Un martedì di fine novembre, dalle tre alle sei, e fuori pioveva che Dio la mandava. Titti aveva chiuso il salone col cartello "guasto all'impianto" e la mattina si era rifatta i capelli da sola, un ramato che le stava una bellezza. Si era messa il tubino verde bottiglia e le décolleté col tacco, quelle che dopo un'ora le fanno male e lei lo sa, ma se le mette lo stesso.
Io guidavo la Panda con i tergicristalli a palla. A Capua c'era stato un incidente, un furgone di traverso, e siamo arrivati con venti minuti di ritardo. Lei mi ha rimproverato per tutto il tragitto: che dovevo partire prima, che io non programmo mai niente, che adesso quelli pensavano che lei era una che si fa aspettare. Io zitto. Al portiere abbiamo pagato in contanti, tre ore, e lui non ha nemmeno alzato gli occhi dal televisore, stava guardando un quiz. Ancora adesso, quando passo sull'Appia, quella palazzina la guardo, e mi viene da ridere da solo come un fesso.
La stanza era come ve la potete immaginare: lenzuola ruvide, copriletto arancione, un bagno con la tenda della doccia scolorita, e dalla finestra si sentivano passare i camion. Titti mi ha piazzato su una sedia di plastica bianca accanto al termosifone. Davanti avevo l'armadio a muro con lo specchio mezzo appannato, e quello specchio mi copriva una parte del letto, la parte verso il cuscino.
Prima che arrivassero si è avvicinata, mi ha preso la mano e se l'è appoggiata sul petto, sopra il vestito, dove sotto si sentiva la catenina. "Oggi stai buono, eh, che si nun te comporti a chiave a butto." E io ho fatto sì con la testa come un bambino.
Hanno bussato alle tre e mezza. Luigi era bagnato fradicio, era venuto in moto, e Saverio stava dietro di lui con l'ombrello chiuso che sgocciolava sul pavimento. Si sono messi a parlare del tempo, che sull'Appia ci sono le pozzanghere grandi così, che a Caserta era saltata la corrente in un quartiere. Titti ha tirato fuori dalla borsetta una bustina di caramelle alla menta e le ha offerte a tutti, pure a me. Sapete come vanno queste cose: più si parla di niente e più uno si sente scoppiare.
Poi Titti si è alzata e la chiacchiera è finita. Si è tolta il tubino da sola, senza fretta, l'ha piegato sulla spalliera della sedia. Si è sfilata le calze. Il reggiseno nero se l'è tenuto, per via della chiave, e a quel punto si è levata pure le mutande e ha fatto sedere i due sul bordo del letto, uno accanto all'altro, come a una visita medica. Potete immaginare la gabbietta in quel momento.
Mia moglie che comanda
Ha fatto stendere Luigi di schiena e gli è salita sopra girata verso di me, poi si è piegata in avanti col busto, le mani appoggiate sulle cosce di lui, e si è calata piano sul suo cazzo. Così, inclinata, mi guardava dritta in faccia mentre si muoveva. E parlava. Mi raccontava lei stessa quello che sentiva, senza nessuna vergogna. "Rafè, è grosso, mi sta aprendo tutta. Lo vedi? Guarda bene, che questo non te lo faccio vedere un'altra volta."
Il letto cigolava, e il termosifone accanto a me faceva tic tic perché si stava scaldando. Io sudavo dentro la camicia.
Saverio intanto si era spogliato in silenzio, con calma, aveva piegato pure lui i pantaloni. Si è messo in ginocchio dietro di lei. Titti si è abbassata ancora di più su Luigi, gli ha schiacciato il petto contro la pancia, e ha detto solo: "Piano. Adesso." E Saverio è entrato pure lui, da dietro.
Io quel momento lo volevo vedere bene e non ci riuscivo, perché lo specchio dell'armadio mi tagliava proprio quella parte lì. Mi sono sporto con tutta la sedia. "Assiettate," ha detto lei senza nemmeno girarsi. E io mi sono rimesso seduto.
Dirigeva tutto lei, con frasi corte. "Fermo tu. Adesso tu. Più forte. Basta così." Quei due, che uno ride forte e l'altro spegne gli incendi, facevano quello che diceva mia moglie, come i ragazzi della bottega quando arriva il principale. Lei ansimava, gemeva, a un certo punto ha detto una parolaccia che non le avevo mai sentito dire in ventidue anni.
A metà, con tutti e due dentro, ha alzato la testa e mi ha fatto la domanda. È il nostro rito, quella domanda: "Rafè, vuoi sollievo?" E prima che io aprissi la bocca ha risposto lei: "No." E ha ripreso a muoversi.
Poi hanno bussato un'altra volta.
Io sono saltato sulla sedia, pensavo al portiere. Era Dalila Esposito, 33 anni, l'estetista di Maddaloni che fa la ceretta a Titti da anni, con le unghie corte smaltate di nero e il giubbotto bagnato. Titti l'aveva invitata senza dirmi niente. "Per vedere una cosa," ha detto, scendendo dal letto.
Si è messa le mani dietro il collo, ha sganciato la catenina e ha tirato fuori la chiave dal reggiseno. L'unica volta. È venuta da me e mi ha aperto la gabbietta con le sue mani, e mi ha detto le regole guardandomi negli occhi: puoi toccare, ti puoi far toccare, ma non vieni. Se vieni la chiave te la scordi fino a Natale.
Dalila ha riso, una risata alta, un poco sguaiata. Titti dice sempre che in quel momento la trovava irritante, e un secondo dopo, non sa spiegare perché, eccitante.
Ci siamo messi sul copriletto arancione, io di schiena e Dalila sopra di me girata al contrario, la fica sulla mia bocca e la sua bocca su di me. E Titti è andata a sedersi sulla sedia di plastica, al posto mio, nuda, con Luigi e Saverio in piedi accanto a lei come due guardie.
Da sotto, tra le cosce di Dalila, mia moglie la vedevo a pezzi. Un ginocchio, una mano, i capelli ramati. Poi Dalila si è spostata un poco e l'ho vista intera: ci guardava con la bocca aperta e si toccava, e aveva una faccia che non le conoscevo, come una che si sta scoprendo una cosa addosso in quel momento. Si era messa sul bordo della sedia per vedere meglio, proprio come avevo fatto io.
Dalila sapeva fare, e dopo tre settimane di gabbietta io stavo per cedere, lo sentivo. E lì Titti ha detto una parola sola: "Basta." Dalila si è fermata subito. Io sono rimasto col fiato corto a guardare il soffitto, che aveva una macchia d'umidità a forma di Sardegna.
Titti si è alzata, mi ha richiuso nella gabbietta con le sue mani, piano, attenta a non farmi male. Poi si è rimessa la chiave nel reggiseno. Ancora calda.
Il sollievo me lo dà lei, quando dice lei
In macchina, al ritorno, pioveva ancora e io guidavo piano. Stavolta ha parlato lei tutto il tempo, e non per rimproverarmi. Mi ha detto che non se lo aspettava. Che con Luigi e Saverio sapeva già cosa avrebbe provato, ci aveva pensato per settimane, ma vedermi con Dalila le aveva fatto una cosa che non sapeva dire. Gelosia, sì, una bella botta. Ma insieme una voglia che non aveva mai avuto, tutta sua. Si toccava la catenina attraverso il vestito mentre lo diceva, e intanto guardava fuori dal finestrino.
A casa mi ha fatto stendere sul letto e mi ha fatto ripetere tutto, parola per parola: cosa avevo visto, cosa avevo sentito sotto la lingua, cosa mi aveva fatto Dalila, quanto ci era mancato. Se sbagliavo un particolare ricominciavo da capo. Solo alla fine ha tirato fuori la chiave, mi ha liberato e mi ha fatto sborrare con la sua mano, con calma, quando ha deciso lei. Inutile dirvi che quella notte non ho chiuso occhio.
La fantasia dell'Appia è diventata il nostro rito del martedì sera. Ogni volta Titti ci mette un particolare nuovo, e sempre più spesso il particolare riguarda Dalila: come si è tolta il giubbotto, cosa ha detto dopo, se la prossima volta la fa restare fino alle sei. E vi confesso che la parte che mi fa impazzire di più è proprio questa, vedere mia moglie gelosa e arrapata nello stesso momento, che non sa decidersi.
La gabbietta la porto ancora, dice Titti che serve "per tenere viva la storia", e io non discuto. La chiave sta sul suo comodino, accanto alle forcine del salone. E quando Dalila viene a casa a fare la ceretta a Titti, io mi chiudo in garage a sistemare la Panda, che ormai è la macchina più curata di tutta Marcianise.


