Abdullah

Un racconto erotico cuckold di Ludovica

Roberto mi aveva restituita a mio marito quella mattina, dopo una sera e una notte in cui si era rivelato un amante superbo, fantasioso. Luigi mi volle subito, appena il temerario che mi aveva sedotta nei bagni del ristorante fu partito. Il pensiero mi fece fibrillare: impensabile che avesse osato tanto. Forse aveva intuito quanto fossi pronta a precipitare nella dissoluzione più totale, senza che lui avesse preordinato nulla con Luigi, né tantomeno con me — quella pazza idea di condurmi in toilette e prendermi senza ritegno, senza il timore di essere scoperti e di diventare protagonisti di uno scandalo enorme.

Ero ancora piena di lui mentre ripercorrevo ogni istante di quella notte, nella stanza accanto a quella dove mio marito — ne ero certissima — aveva vegliato, agitato dall’emozione di sapermi tra le braccia e le gambe del mio amante. So per certo che non si era masturbato: aveva bisogno di bere dal calice della lussuria ogni immagine che la sua mente costruiva di noi due, Roberto e me, ciascuno intento a dare e prendere il massimo del piacere che eravamo capaci di regalarci e di pretendere l’uno dall’altra.

Roberto mi fece scoprire zone del corpo di cui non sospettavo la sensibilità. Prima ancora di dedicarsi a fica, capezzoli, seni e ano, mi sciolse di piacere accarezzandomi contemporaneamente l’incavo dietro le ginocchia e la parte più tenera dei polsi. Non ebbe fretta di prendermi, così come non l’aveva avuta la sera dell’incontro, appena chiusa dietro di noi la porta di quell’angusto bagno. Mi portò lentamente al culmine dell’estenuazione, facendomi delirare di piacere al punto che dovetti implorarlo di prendermi, di scoparmi.

Roberto non acconsentì. Continuò la sua opera di seduzione con calma, senza foga — quella l’avrebbe mostrata dopo — passando dalla clitoride al perineo fino all’ano, con la precisione di chi dipinge. Ero illanguidita e sorpresa di me stessa, perché ero io a parlare, persino ai limiti del turpiloquio, per esprimere l’eccitazione e l’ansia di essere posseduta. Lui si limitava a guardarmi, interrompendo per un istante la sarabanda di linee erotiche che tracciava sul mio corpo, inesauribile: risaliva l’interno delle cosce fino al monte di Venere, dopo aver visitato piccole labbra e clitoride, proseguiva senza dimenticare l’ombelico e il ventre, fino a raggiungere i seni. Mi torturava i capezzoli mentre le mani mi accarezzavano la nuca e il collo, mandandomi in estasi.

Lo implorai di prendermi, afferrandogli il cazzo con entrambe le mani per guidarlo verso la vagina. Roberto mi dissuase senza dire una parola, e ricominciò dai lobi delle orecchie, tornò ai capezzoli mordicchiandoli appena, suscitando brividi che mi portavano al deliquio. Poi di nuovo l’ombelico, il ventre — la sua lingua non tralasciava alcuna zona del corpo — tornò a stuzzicare clitoride e labbra, scese ancora tra le pieghe del perineo, indugiando sull’apertura anale che pulsava. Non gli bastò: mi afferrò le gambe, me le piegò sul petto, e la sua lingua magistrale cominciò a lambirmi i piedi, in ogni loro superficie.

Solo allora, in preda al parossismo, farfugliando oscenità e implorazioni, tenendomi in quella posizione che gli offriva la mia intimità completamente aperta, mi sussurrò frasi erotiche e di desiderio, senza urgenza. Poi non ricordo più nulla: mi portò al delirio del piacere e gli orgasmi non si esaurirono, uno dopo l’altro, mentre mi baciava sequestrandomi la lingua. Mi prese ovunque, dalla fica all’ano e viceversa, senza chiedermi stupidamente dove avrei voluto che venisse. Durante tutta la notte mi riempì i tre orifizi, più e più volte. Non usò mai parole eccessive o iperboliche: mi sussurrava soltanto le sensazioni che provava e il desiderio che aveva di me. Più volte mi disse che mi voleva tutta per sé, mi propose di lasciare mio marito e andare con lui. Lo lasciai coltivare la speranza che accettassi, tenendolo stretto mentre mi scopava con vigore e mi inondava ano e fica.

Quando il mattino ci riportò alla realtà, gli dissi che era stato un amante straordinario, che nessuno mi aveva mai fatta godere come lui. Sembrava entusiasta, e percepii che sperava nel mio consenso ad appartenergli definitivamente. Mi assicurò che sarei stata libera di incontrare altri uomini, persino donne che mi avrebbe presentato lui stesso; mi avrebbe condivisa senza limiti né gelosia. Mi offrì una vita di agi, una magione che abitava troppo solo. Lo baciai con una lacrima che mi scendeva e gli dissi: «Roberto, finisce qui. Tra noi solo sesso, trasgressione, emozioni. Non voglio lasciare mio marito, e per questo non voglio più incontrarti. Riportami da lui, come avevi promesso. Grazie dell’amore speciale che mi hai dato, e che sono certa di averti ricambiato».

Appena Roberto se ne fu andato, Luigi mi volle prendere immediatamente: aveva l’urgenza di sguazzare nella mia fica ancora colma dello sperma del mio amante. Era una sua debolezza, questa: mi scopò senza darmi emozioni, mi riempì col suo seme sapendo che prima Roberto vi aveva deposto il proprio. Non gli raccontai della proposta che Roberto mi aveva fatto, ma gli dissi che non l’avrei più incontrato.

Roberto mi sorrise, un po’ perplesso, poi mi accompagnò a casa. La sera, mentre commentavamo quanto avevo vissuto ventiquattr’ore prima, Luigi mi anticipò che presto avrei conosciuto Abdullah. Gli sorrisi e ci addormentammo.

Alcune sere dopo, mentre cucinavo, lo sentii parlare in una maniera strana, con i verbi all’infinito. Ripeteva spesso «mia mogliera», «fick fick, lei piacere anche culo». Lasciai correre, senza chiedergli conto. A letto, mentre mi scopava con la solita urgenza, mi disse che il sabato successivo saremmo andati a casa di Abdullah. Ormai gli avevo promesso di non rifiutarmi mai ai suoi disegni di depravazione. Pensai soltanto: anche un islamico, come amante.

Il sabato eravamo in auto per raggiungere Abdullah. Abitava a circa cento chilometri da noi, e percorremmo l’autostrada entrambi in silenzio. Né lui mi parlò dell’uomo che sarebbe diventato il mio quarto amante, né io glielo chiesi — ed ero furibonda per questo. Durante il viaggio non mi rivolse neppure un apprezzamento per come mi ero preparata all’incontro. Nemmeno un gesto lascivo mentre guidava: una mano tra le cosce, un seno strizzato, un preambolo audace, che so. Non sapevo nulla di Abdullah: quanti anni avesse, da dove venisse (seppi poi che era egiziano, e che lavorava nella nostra regione come uomo di fiducia del cugino, titolare di un’impresa di import-export), com’era fisicamente. Nulla.

Eppure ero eccitata: il pensiero di diventare l’amante di un uomo di un’altra razza, religione, educazione, cultura — persino di altre fattezze sessuali — mi intrigava moltissimo. Avvertii un umidore tra le cosce, ma non volli verificarlo apertamente, per non dare soddisfazione al mio cornuto consorte. Potei farlo quando ci fermammo in un’area di servizio e mi diressi in bagno. Al chiuso, sollevai la gonna del tailleur, abbassai parzialmente gli slip scelti in omaggio al mio promesso nuovo amante, e li trovai abbondantemente bagnati. Infilai un dito tra le labbra della fica e lo portai alla bocca: sapevo di buono. Il mio nuovo amante avrebbe avuto un delizioso aperitivo, se solo fosse stato intraprendente come Roberto.

Avvertii una fitta al basso ventre: Roberto, associato a quel cubicolo dove mi trovavo, era un ricordo insieme recente e lontanissimo. Temevo che Abdullah si sarebbe rivelato una delusione. Dopo circa un’ora giungemmo al casello di Milazzo. Luigi prese il telefono e disse subito: «Abdullah, noi arrivare, dove essere tu?»

Mentre parlava, vidi un uomo scendere da un’auto vecchia, malmessa, incidentata in modo serio. Agitava la mano, tenendo il telefono all’orecchio. Notai che era alto quanto me, vestito in maniera dimessa: insomma, le mie previsioni si stavano drammaticamente materializzando. Arrivò con un sorriso, comunque, rassicurante. Appena mi vide mi omaggiò con un inchino e mi strinse la mano. «Ciao mogliera di Luigi, io essere Abdullah, molto felice di conoscere.» Sorrisi appena, e mi accorsi che mi stringeva la mano con vigore, senza lasciarla finché non feci per liberarmene. Poi salutò Luigi.

Ci disse che casa sua era poco distante, che avrebbe lasciato l’auto al casello e ci avrebbe portati a cena in un ristorante di un suo amico. Salì sulla nostra auto, dietro il mio sedile. Luigi ripartì e Abdullah gli indicò la direzione. In pochi minuti giungemmo davanti al ristorante. Abdullah scese, aprì il mio sportello, mi aiutò a scendere e mi cinse la vita con un braccio, introducendomi nel locale senza curarsi di Luigi, ancora intento a parcheggiare. Quando arrivò il titolare, ci condusse in un separé molto riservato, dove io e Abdullah eravamo già seduti.

Restammo soli per circa dieci minuti. Luigi cercò di anticipare, in modo intempestivo, le fasi dell’incontro, mostrando una fretta indecorosa di venire al dunque. Abdullah lo interruppe, guardandolo con insofferenza, e gli fece notare che io non ero una bestia da portare alla monta, ma una donna che, prima di tutto, avrebbe potuto accettare o rifiutare di intrattenersi con lui.

«Ordiniamo prima, e poi, se tutto va bene, possiamo proseguire. Però è importante che mogliera accetti Abdullah.» Gli sorrisi, e lui mi prese la mano, se la portò alle labbra e la baciò. Nel farlo non poté evitare di annusare il dito che, mezz’ora prima, mi ero infilata in fica per controllare quanto fossi eccitata. Continuò a baciarmi la mano e notai che ne odorava il dito. Poi, ignorando mio marito, si avvicinò al mio orecchio e mi sussurrò: «Se è quello che penso io, hai un buon odore…»

Arrossii e gli sorrisi imbarazzata. Non si prese alcuna licenza durante la cena, che consumò con parsimonia. Si scusò dicendo: «Se Ludovica dirà sì, meglio limitarsi a cena…» Gli sorrisi e feci la stessa scelta, mentre Luigi si abbuffò di tutto quel che aveva ordinato. Abdullah approfittò del nostro comune modo di affrontare l’attesa erotica per raccontarmi qualcosa di sé. Era un pozzo di sapienza e cultura, aveva modi suadenti, parlava con voce cadenzata e sofficemente lenta. Mi parlò della sua terra, delle tradizioni, del suo mondo antico.

Quando Luigi ebbe finito di cenare, Abdullah mi prese per mano e mi condusse fuori dal locale. Salutò il ristoratore, suo amico, senza far cenno al conto, che si intendeva sarebbe stato regolato in seguito. Luigi ci raggiunse, sbloccò le portiere, e Abdullah mi aprì lo sportello dal mio lato. Ero quasi seduta quando, con determinazione, ridiscesi e dissi ad alta voce: «Abdullah, io salgo dietro, insieme a te.»

Lui si aprì in un sorriso smagliante e mi fece accomodare, spingendosi dentro l’abitacolo con leggerezza e appoggiando una mano sul mio sedere, lasciandovela finché non fui seduta. Chiuse lo sportello e fece il giro per salire dall’altro lato. Luigi montò a sua volta e avviò il motore. Abdullah gli indicò la strada verso casa sua. Nel frattempo, avvolti nel buio dell’abitacolo, mi sussurrò: «Mogliera Ludovica vuole Abdullah?» Lo guardai, gli misi una mano dietro il collo, lo attirai a me e lo baciai con voluttà. «Ti voglio, Abdullah. Voglio essere tua, stasera, stanotte, e quando vorrai.» Mentre lo baciavo gli sfiorai l’addome, scesi ancora e trovai un cazzo già duro e promettente. «Te ne darò finché non mi dirai basta…» mi soffiò all’orecchio. Mi staccai da lui e replicai, con un sorriso impudente: «Chi ti dice che ti dirò basta?»

Su indicazione di Abdullah, Luigi fermò l’auto davanti alla sua abitazione. Scendemmo e ci introdusse in una villetta malmessa, isolata su una strada sterrata: i muri scrostati, il portone di legno segnato da crepe profonde, quasi staccato dai cardini fuori asse e arrugginiti. Tremavo per il disagio. Luigi non fiatava. Abdullah scostò un’anta del portone e mi fece attraversare un breve corridoio che sboccava su un terrazzo; sulla destra si apriva una porta anch’essa in condizioni precarie. La spinse appena, ed entrò tirandomi a sé, accese la luce, aspettò che arrivasse Luigi e accostò la porta.

Ero inorridita: un disordine imbarazzante mi accolse in quella che appariva una dimora fatiscente. Era la stanza d’ingresso, che fungeva anche da angolo cottura; al lato una porticina si rivelò poi il bagno, a sinistra si intravedeva, con la porta socchiusa, quella che verosimilmente era la camera da letto. L’arredo del cucinino consisteva in un tavolo e una credenza; in un angolo, una cucina a gas, lercia, colma di pentole e piatti sporchi. Guardai Luigi, disperata, e lui abbassò la testa evitando il mio sguardo.

Abdullah, senza indugio, mi prese per mano e mi condusse in camera da letto. Avrei voluto scappare, ma restai immobile e sgomenta. Il letto era una rete con un materasso che spuntava tra lenzuola spiegazzate e due cuscini abbandonati al centro; il colore delle lenzuola e delle federe era un grigio triste. Abdullah si rivolse a mio marito, invitandolo a sedersi su una poltrona addossata alla parete dove si apriva una porta-finestra sul giardino. Intervenni, dichiarando che volevo restare sola con Abdullah, e invitai Luigi a uscire e restare in cucina. Abdullah sembrò sorpreso, ma anche compiaciuto della mia determinazione.

Appena Luigi fu fuori, con la porta accostata, avrei voluto inveire contro Abdullah per protesta. Invece mi sedetti sul misero letto e lo guardai. Gli dissi: «Spogliami, sono tua, ti voglio.»

Mi tirò su, mi abbracciò baciandomi, e mi sussurrò: «Non ti pentirai. Sarò una sorpresa e mi vorrai ancora. Mi piaci fin dal primo sguardo, e quando ti ho baciato la mano ho sentito l’odore della tua intimità. Ti voglio annusare tutta, senza pudore, né tuo né mio. Ti sorprenderò, e non potrai fare a meno di me, così come sono certo che io non potrò fare a meno di te.» Mentre parlava mi aveva già denudata del tutto: ero rimasta solo con le autoreggenti e le décolleté dal tacco vertiginoso. Ricambiai spogliandolo a mia volta, mentre lui con calma mi toccava, sapiente, nei punti più sensibili.

Man mano che gli toglievo gli abiti fui colpita dall’odore del suo corpo, e mi persi completamente nei suoi baci. Era un odore di maschio come non ne avevo mai conosciuto. Anche il suo sapore era diverso da ogni altro, e ne fui subito schiava. Quando gli abbassai i boxer lungo anche e cosce, fui abbagliata dal cazzo che avevo intuito in auto, attraverso la stoffa dei pantaloni: era un gioiello di calibro. Non molto lungo, ma grosso quasi come una melanzana, dalla forma oblunga. Non riuscii a distogliere lo sguardo da tanta abbondanza. Mentre accennavo ad afferrarlo, vidi mio marito che si era affacciato parzialmente sulla soglia. Lo sussurrai al mio amante, che sorrise: «Lascialo guardare, godrà solo a vederci. Non ti farò toccare, almeno stasera…» Lo abbracciai e sentii, sulla mia pancia, la pressione del suo cazzo.

Giuro di non aver mai immaginato che un uomo potesse essere dotato di una simile circonferenza — quella che ora mi solleticava il basso ventre, mentre io cercavo di guidarla tra le mie cosce. Lui capì l’urgenza e mi stese sul letto. Se avessi pensato di rifiutare quel giaciglio, avrei sbagliato: mi adagiai su lenzuola che odoravano di lui, e lo tirai su di me mentre lo baciavo. Vidi mio marito sporgere la testa tra la porta e lo stipite: non lo degnai di uno sguardo. Ero persa in quell’uomo che ora mi copriva, cercando la fonte del nettare che mi colmava la vagina. Gli dissi che ero eccitata già in auto, che mi ero chiusa in bagno per verificarlo. Sorrise, confermandomi che era il mio odore ad attrarlo, e che avremmo sperimentato insieme molti giochi proibiti.

Poi fu un uragano di iniziative: mi leccò tutta, dal culo alla clitoride. Tornò a baciarmi e mi invitò a gustare i miei stessi effluvi attraverso i suoi baci — e in effetti mi piaceva il gusto della mia fica, il suo odore. Gli chiesi di mettermelo in bocca, e fu pronto. Fu una sensazione straniante ospitarlo nella bocca: le guance si dilatavano per lo spessore, sentivo la lingua forzata, piatta e immobile. Fu lui a muoversi dentro di me, scopandomi la bocca, dandomi un assaggio di quello che avrei provato quando avesse deciso di scoparmi davvero. Intanto mi blandiva con parole dolci, e anche sconce. Lo implorai di prendermi subito, ero al limite del desiderio. Mi chiese, sorprendentemente, dove volevo essere scopata. Gli sorrisi e dissi: «Il culo te lo darò, ma a patto che mi porti in una reggia, tu e io soli, senza quel cornuto che ci sta guardando.»

Gli proposi di venire da noi. Mi disse che aveva una motocicletta, e che sarebbe stato disposto a raggiungerci anche due volte al mese. Poi mi disse di respirare a fondo e di non irrigidirmi, appena avesse introdotto il glande in fica. Si posizionò tra le mie gambe, che teneva alte e piegate sul petto, e mi sentii aperta per accoglierlo. Guardai in basso, tra le cosce, e vidi quel gioiello di cazzo appoggiarsi sulla mia vulva: il glande era mostruoso, e il tronco non era da meno. Furono il colore e l’intreccio di vene che irroravano quel turgore a farmi già assaporare il piacere. Mi spinsi verso il basso, col bacino, per anticipare la penetrazione. Lo volevo e glielo gridai: «Entra adesso, fammi sentire la vagina allargarsi, poi scopami forte. Voglio gridare per il dolore e il piacere, su, dai, prendimi ora…»

Lui non mi diede ascolto: in compenso mi strofinò il glande su tutta la vulva, sfiorando ora l’orifizio anale, ora tornando a torturare labbra e clitoride, portandomi sull’orlo dell’abisso. Durò a lungo, quello stillicidio di tormenti. Ora, mentre dimenavo il capo a destra e a sinistra come forsennata, vidi mio marito che non aveva resistito ed era venuto vicino a noi. Nessuno dei due gli prestò attenzione. Poi Abdullah ebbe pietà di me: puntò le gambe a terra, mi afferrò le braccia, diede un colpo di reni vigoroso e mi introdusse la punta del cazzo. Urlai, e mi tornò per un attimo alla mente lo spasmo di quando avevo partorito il mio primo figlio. Respirai a fondo, e lui, con un altro scatto, si immerse tutto dentro di me. Mi sentii devastata e lo pregai di fermarsi un momento. Luigi si avvicinò e mi tenne la mano.

Poi Abdullah non ebbe più ripensamenti: mi afferrò per i glutei e cominciò a cavalcarmi, prima con lentezza estenuante, poi con colpi poderosi e ben assestati. Mi sentivo piena, divaricata all’estremo, senza scampo: faceva leva sulle braccia per attirarmi al suo bacino, e sulle gambe ferme per colpire in profondità le pareti della fica. Non avevo mai provato sensazioni insieme così devastanti e appaganti: per la prima volta pensai di aver scoperto le delizie del punto G, che fino ad allora mi era sembrato una leggenda metropolitana.

Mentre mi riempiva la fica, Abdullah mi adulava, dicendomi quanto fossi capace di bagnarmi. «Sei una donna femmina femmina, sei nata per godere e far godere. Ti voglio come amante, mi darai anche il culo, e vedrai che non sarà più come prima: potrai essere presa in culo solo da me.» Poi si scatenò, si fece più veloce, gli affondi più brevi; mi sentivo fusa a lui attraverso il cazzo. Lo sentii irrigidirsi, fermarsi per concentrarsi sull’istante in cui avrebbe voluto finire dentro di me quella lunga cavalcata. Si ancorò a me, stringendomi le braccia più forte, tremò violentemente prima di scaricare nel mio grembo un interminabile flusso di sperma. Mi tenne stretta a sé a lungo, ancora dentro di me, baciandomi ovunque, dalla bocca ai capezzoli ai lobi delle orecchie. Poi mi adagiò su un lenzuolo che ormai odorava di me e di lui, e mi coccolò a lungo, con parole tenere, promesse, giuramenti.

Ero illanguidita per aver goduto tanto, dopo un’infinità di orgasmi uno dietro l’altro; ora conoscevo altre potenzialità del mio corpo, e potevo ammettere che il punto G era una realtà.

Non c’erano le condizioni per fermarsi in quel tugurio, perché Luigi non poteva dormire su una poltrona sgangherata — altrimenti sarei rimasta col mio amante tutta la notte. Non volli però rinunciare a prenderglielo in bocca, portandolo a venire ancora, stavolta tra le mie labbra. Luigi approfittò della mia posizione: inginocchiata sulle gambe del mio amante, senza chiedermi nulla, si accovacciò tra le mie gambe, appoggiato alla sponda del letto, e mi leccò la fica ancora grondante dello sperma di Abdullah. Venimmo insieme: io con la lingua di Luigi, il mio amante egiziano dentro la bocca.

Lo salutai con rammarico, promettendogli che gli avrei dato il culo — a condizione che mi portasse in una casa decente.

Luigi, come al solito, fu di poche parole durante il viaggio di ritorno, e io ancora meno di lui: ero ancora estasiata dal mio stupendo amante. Quando il cornuto si fermò in un’area di sosta dell’autostrada, volle scoparmi in auto. Venne dentro la mia fica, ma io non lo sentii neppure — dopo aver conosciuto quel calibro di cazzo del mio Abdullah.

*racconto realmente vissuto.

P.S. Il prossimo racconto, anch’esso reale, sarà Luigi a raccontare cosa accadde con Abdullah. Grazie per la pazienza che avrete avuto nel leggermi.

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