La Bolognese ( l’epilogo)

Un racconto erotico cuckold di Luigi

Ludovica fu al mio fianco quando mi recai al funerale del mio amico Pippo. Abbracciò la figlia e il figlio, porgendo loro le condoglianze. Ci chiesero chi fossimo, e Ludovica mi precedette rivelando che eravamo amici di lunga data e che conoscevamo anche la loro madre. I due figli chinarono il capo mentre ci stringevano la mano, senza voler approfondire la natura della nostra amicizia con i genitori.

Tornando a casa dopo il funerale, Ludovica rievocò con tristezza quell’unica sera in cui aveva incontrato Pippo. Dopo aver sottolineato che era stato un vero gentiluomo, pur in presenza di due debosciati come noi, mi rivelò che quella sera, mentre io ero in bagno a casa sua, Pippo le aveva chiesto di scambiarsi i numeri di telefono.

Aggiunse che, dopo una settimana, lui l’aveva chiamata per un cenno di cortesia, per commentare fugacemente quanto era accaduto tra loro. L’aveva ringraziata, e lei, senza troppi giri di parole, gli aveva confessato di aver apprezzato la sua signorilità e il trattamento speciale che le aveva riservato. Pippo le aveva detto di tenermi stretto, di non perdermi. Lei gli aveva sorriso, tranquillizzandolo. Poi Pippo l’aveva avvertita: «Luigi ha in mente una fantasia molto audace e pericolosa», aggiungendo di non riuscire a valutare quanto sarebbe rimasta tale. In ogni caso, le aveva assicurato che, anche restando solo un’idea, era comunque una fantasia inquietante. Prima di chiudere la telefonata, lei gli aveva promesso di andarlo a trovare ancora, insieme a me. Lui, ovviamente eccitato da quella promessa, le aveva detto che era stato molto bene quella sera, perché era davvero una donna bella, di temperamento, e… la migliore sucaminchia che avesse mai conosciuto. Lei lo aveva ringraziato anche per l’ultimo apprezzamento, e avevano chiuso la chiamata.

«A cosa alludeva il povero Pippo con quell’anticipazione su una tua fantasia? Stai pensando ad altro? Non ti basta avermi trovato un amante fisso al quale mi sto pure affezionando… avermi fatto fare la crocerossina con il tuo amico anziano e impotente?»

Aspettò una mia risposta, ma inutilmente. Lasciò cadere il discorso, rassegnata, ma il nervosismo e l’inquietudine erano evidenti: accese la seconda sigaretta senza riprendere a interrogarmi. A casa, prima di scendere dall’auto, mi ricordò che il giorno dopo sarebbe andata da Gino, il suo amante, per l’appuntamento settimanale. Poi, perfida, commentò: «Meno male che lui non mi fa mancare il cazzo; se aspettassi te per scopare, potrei farmela cucire, la fica».

Scese, e io ripartii.

Avevo pianificato tutto nella mia testa. Ero eccitato all’idea di aver tessuto il mio piano: se fosse andato a segno, sarebbe stata una tappa importante e definitiva nella depravazione di mia moglie. Guidavo calmo, percorrendo una strada che conoscevo bene, che spesso avevo battuto da giovane: il quartiere a luci rosse della città. Un bordello a cielo aperto, fantasmagorico, disperato e disperante; muri scalcinati, selciato sconnesso qua e là, vociante, colorato, drammatico e persino grottesco, pericoloso per i tumulti che scoppiavano all’improvviso tra i vicoli stretti e i cunicoli misteriosi. Le scale degli appartamenti a un solo piano, vecchi, cadenti, spesso fatiscenti, erano un viavai continuo di gente. I bassi erano la rappresentazione plastica del degrado cucito addosso a quel quartiere. Prostitute affacciate alle porte-finestre, spesso vestite solo di reggiseno e mutandine — quelle giovani —, altre che sembravano casalinghe in pensione se non fosse stato per il trucco pesante e volgare. A fare compagnia alle “signore”, talvolta anche a proteggerle, ma soprattutto a promuoverne le grazie e le prestazioni, si trovavano omosessuali o addirittura travestiti.

Mi inoltrai nelle stradine strette, ancora frequentate, anche se non come vent’anni prima, dove sciami di umanità si muovevano ossessivamente in un andirivieni senza requie. Umanità la più disparata: pezzenti, vecchi laidi, claudicanti, sudici; uomini anche dignitosi ma inquietanti per gli sguardi che lanciavano qua e là. Non era raro incrociare giovani, giovanissimi, persino adolescenti. In mezzo a quel popolo si mescolavano artigiani, commessi, venditori ambulanti, ma anche persone che facevano pensare a professionisti, impiegati, commercianti, più o meno vestiti bene. Insomma, la “casbah” sembrava un variegato presepe.

Sapevo dove andare. Sperando che ci fosse ancora, cercavo “la Bolognese”. Non ho mai saputo perché la chiamassero così: forse veniva dal capoluogo emiliano, o forse perché le sue prestazioni, particolarmente spinte e sognate da generazioni di viziosi puttanieri, erano la specialità delle donne bolognesi.

Eccola, la Bolognese. La vidi seduta sul suo pianerottolo, sulla strada, sorretto da tre scalini laterali. Sola, composta, vestita in modo dimesso, senza eccentricità. Invecchiata: calcolai che dovesse avere sui settant’anni. Nessun trucco, nessun ornamento. Fumava tranquilla, guardando scorrere davanti al suo basso il fiume di gente che saliva e scendeva per la stradina dove si trovava la sua modesta abitazione — e il suo ufficio.

Fu sorpresa quando mi fermai davanti a lei, guardandola in viso e salutandola.

«Che desideri? Non ti conosco», mi disse, presagendo qualche richiesta strana.

«Vorrei parlarle di una cosa molto particolare. Posso entrare?», le proposi, cercando di piegare la sua diffidenza.

«Non ho tempo da perdere, e dentro non ti faccio entrare perché c’è una donna che sta ricevendo. Se vuoi, dimmi qui quello che devi dirmi», tagliò corto.

«È giovane la donna che lavora per lei?», domandai, forse insensatamente.

Si irritò a quella domanda e mi intimò di parlare senza fare altre domande. Mi concentrai per ammorbidirla, cercando di essere gentile, di rassicurarla sulla mia presenza lì. Mi sollecitò di nuovo a parlare direttamente, senza chiedere di entrare. Proprio in quel momento la tendina scolorita che proteggeva l’interno del suo tugurio si aprì, e un uomo sui settant’anni sgusciò fuori lesto, salutando velocemente l’anziana donna con cui stavo parlando. Poi la sentii chiamare all’interno: «Melissa, vieni fuori appena sei pronta, ho bisogno di entrare». Da dentro arrivò una vocina timida e flebile: «Sì, mi vesto e arrivo». La Bolognese mi fece cenno di attendere, e io annuii.

Mentre aspettavamo che Melissa apparisse, le ricordai che trent’anni prima era stata proprio lei a sverginarmi, quando mi ero recato da lei insieme a un amico. Una smorfia le attraversò il viso rugoso. Accennò un sorriso amaro e nostalgico e commentò: «Avevo quarantadue anni, trent’anni fa. Adesso continuo a mandare avanti l’attività facendo lavorare le giovani. Anche se qualcuno mi cerca ancora».

Melissa apparve, e non sembrò sorpresa dalla mia presenza. «Trentamila con il preservativo, cinquantamila senza», mi offrì, girandosi per rientrare, dando per scontato che fossi lì per appartarmi con lei. La Bolognese la richiamò: «No, Melissa, il signore deve parlare con me, in privato. Stai seduta fuori, e se arriva un cliente portalo da Amalia, che oggi non c’è». Melissa, sorpresa, mi guardò con stupore e mi lasciò passare, esitante e delusa. Era una donna cicciona, con grosse tette e un culo abbondante, gambe pesanti.

La Bolognese mi fece strada e mi introdusse nella stanza. Mi fece sedere sul bordo del letto e si accomodò accanto a me. Ebbi il tempo di rendermi conto di quanto fosse povero quel rifugio: muri scrostati, tracce di umido ormai secco. Il letto era fatto di due reti logore e sfondate, con un avvallamento al centro del materasso. Le lenzuola erano stropicciate e visibilmente macchiate. In un angolo, una porticina bassa che dovevo essere il bagno — che avrei visitato più tardi.

«Allora, cosa vuoi dirmi? Sbrigati, che Melissa ha bisogno della stanza. Cosa vuoi da me?»

«Signora, desidero proporle una cosa che la sorprenderà. Vorrei affidarle mia moglie, farla lavorare con lei e per lei. Non è per necessità di denaro: è solo per farle vivere un’esperienza che forse anche lei, inconsciamente, desidera, ma che non avrebbe il coraggio di chiedermi. Siamo sposati da vent’anni, e da qualche tempo le procuro degli amanti. Piace a me, e ormai piace anche a lei. Attualmente ha un amante che le ho trovato io. Non vogliamo soldi per quello che farebbe qui dentro: quelli saranno tutti suoi. Mia moglie lavora, abbiamo due figli grandi, potrebbe venire solo il sabato e la domenica. Nessun’altra condizione — semmai sarebbe lei a porle.»

Tacqui, respirando profondamente. La Bolognese mi aveva ascoltato in silenzio, senza mostrare sorpresa per quella richiesta insolita. Alzò il viso, che aveva tenuto basso mentre parlavo, e mi guardò lentamente, con un’espressione di complicità che sfociò in un’invettiva:

«Tu sarai anche un debosciato — e ne ho conosciuti, di debosciati, sapessi — ma come te, mai. E a questo punto devo immaginare che tua moglie sia debosciata quanto te. Quanti anni ha? Che grado di puttana ha raggiunto? Com’è fatta? È d’accordo a fare la puttana per vizio?»

«Ha cinquantaquattro anni, ha un amante che le ho portato io, e un mese fa l’ho coinvolta in un incontro a tre con un mio amico di settant’anni, impotente, ma che ama leccare la fica: le ha sborrato in bocca. Da quando eravamo fidanzatini, ai tempi delle superiori, le ho favorito rapporti lascivi nel buio di un cinema, con un anziano che ci spiava mentre ci toccavamo. Lui ne approfittò, e ogni volta le faceva fare di tutto, fino a farsi succhiare fino a venire in bocca da quel maturo.»

La donna mi ascoltava a metà tra l’incredulo, l’affascinato e il sorpreso per quella descrizione.

«Caspita, è una depravata! Fammici pensare su. Sei sicuro che non farà storie? Ho dei clienti esigenti, per la mia ragazza. Hai una foto di tua moglie? Bada che, se accetto di prenderla, dovrà abituarsi a tutti i viziosi che vengono qui. Non vorrei poi avere problemi con i clienti.»

Tirai fuori una foto di Ludovica insieme a me e gliela porsi. Vidi il suo viso illuminarsi, sbalordita. Mi guardò e disse: «Se lei accetta e non fa la schizzinosa, portala già domani. Le voglio parlare, e tastarla bene. È una bella signora. Ah, a proposito: le piacciono anche le donne? Sai, ho un cliente che viene con la moglie o con l’amante, e li faccio scopare con Melissa. Che dici?»

Mi restituì la foto, alzandosi dal letto per accompagnarmi fuori. «Domani vi aspetto. Se venite verso le undici di sera saremo soli, perché Melissa finisce di lavorare alle dieci e mezza, con l’ultimo cliente prenotato. A domani, quindi. Come si chiama, la puttana?»

Sull’uscio le dissi il nome di mia moglie. Si fermò, si portò una mano alle labbra, pensierosa, poi commentò: «Troppo lungo, il suo nome. La chiamerò Lola, e la presenterò ai clienti come Lola. Va bene, se tutto combacia con quello che mi hai detto, per sabato e domenica — ma deve restare qui quarantotto ore, senza rientrare a casa. Vi aspetto, a domani.»

Ebbi appena il tempo di salutarla, che vidi tornare Melissa. «Signora, ecco ottantamila lire: il vecchio, oltre al pompino, ha voluto la mia pioggia dorata.»

Melissa depositò le banconote nelle sue mani e rientrò. La Bolognese mi strizzò l’occhio: «Capito? Ottantamila lire per una cicciona come Melissa. Con tua moglie farò i soldi veri… se solo accettasse di venire tutti i giorni.»

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