La bolognese (prologo della fantasia)

Un racconto erotico cuckold di Luigi&ludovica,
Ludovica, mia moglie, ha varcato la soglia dei sessant’anni. La guardo e penso che abbia raggiunto il suo massimo splendore: lo vedo, sorprendente e magico, ogni giorno che passa; lei stessa se ne accorge e arrossisce quando glielo faccio notare. Ha spento le fatidiche candeline circondata da tutti noi: i suoi due figli la colmano di complimenti e auguri. È stata una madre attenta, generosa, persino eroica. Li ha cresciuti nel migliore dei modi. Ludovica li guarda con orgoglio, poi li stringe in un abbraccio che va oltre il rito dei festeggiamenti. Mentre gioisce per le parole dei due ragazzi, Antonio, trentaquattro anni, e Rosa, trenta, non posso fare a meno di rivolgere un pensiero a lei: fra due mesi festeggeremo trentacinque anni di matrimonio, che si sommano ai nove trascorsi da quando ci conoscemmo sui banchi di scuola. Uno sguardo profondo e insondabile per i ragazzi passa tra noi due, carico di attese, di paure, della consapevolezza di ciò che è davvero l’essenza della nostra vita segreta.

Proprio ieri sera l’ho portata a cena, e nostro ospite speciale è stato Pippo, un mio amico ormai di vecchia data. Un’amicizia tenuta a lungo nascosta a Ludovica, nata circa vent’anni fa, quando Pippo entrò nella mia vita. Lui, baldanzoso cinquantacinquenne, mi offrì la titubante Giuseppina, sua moglie coetanea, per la mia primissima esperienza erotico-trasgressiva nel ruolo di terzo che si inserisce in una coppia. Dopo quella prima volta, tra i due coniugi e me si instaurò un rapporto speciale, fatto di stima, affetto e molta trasgressione. Un’esperienza conclusasi purtroppo con la morte di Giuseppina, dopo cinque anni di relazione intima. Lei, all’inizio indecisa, finì per trattarmi come un amante e un complice della coppia. Mi ospitavano settimanalmente, dopo che Pippo mi telefonava per invitarmi a cena; poi, col tempo e con l’entusiasmo, era Giuseppina a chiamarmi, spesso all’insaputa del marito – così lui preferiva – e mi dava tutto il suo ardore erotico e sessuale. Ludovica non seppe mai di questa mia relazione speciale con i coniugi. A quel tempo eravamo impegnati in un’altra battaglia: lei a resistere, io a tentare di convincerla, per realizzare la nostra prima volta con un amante per lei.

Quella sera Pippo era piuttosto nostalgico e, dapprima con cautela, poi sempre più esplicitamente, svelò a Ludovica l’intreccio che per cinque anni ci aveva legati. Parlò con tristezza della perdita della sua Giuseppina e di quanto fosse stato profondo il nostro rapporto particolare. Ludovica ascoltava con evidente imbarazzo quella rievocazione che rivelava senza pudore il mio coinvolgimento nella tresca. Evitava di guardarmi e teneva il capo chino, per pudore o, più verosimilmente, per il disagio. Non fece domande, non partecipò alla conversazione. Temetti che da un momento all’altro si alzasse e ci lasciasse.

Eravamo giunti alla fine della cena, pronti a uscire dal ristorante dopo che Pippo aveva saldato il conto. Il mio amico propose, sorprendendo anche me, di concludere la serata a casa sua per un drink. Inaspettatamente Ludovica accettò senza consultarmi. Fummo sorpresi, Pippo e io, di quella pronta adesione al prolungamento della serata in casa del nostro anziano amico. Pippo sapeva che Ludovica, dopo i miei lunghi tentativi durati dieci anni, aveva ceduto e aveva avuto il suo primo amante.

Raggiungemmo l’auto di Pippo, parcheggiata nei pressi del ristorante, e lui, con galanteria d’altri tempi, aprì lo sportello della sua vecchia Fiat 600. Ludovica salì mentre lui teneva lo sportello per agevolarle l’accesso. Indossava un vestito intero, smanicato e aderente, color panna: un portento di donna, alla splendida età di cinquantaquattro anni. Evidentemente aver ceduto a me, e al suo primissimo amante qualche anno prima – a quarantotto anni – le aveva fatto molto bene, e continuava a renderla smagliante, dato che almeno due volte al mese si incontrava con Gino, a volte da sola, più spesso insieme a me, per vivere quella relazione che io stesso avevo favorito e che ora proteggevo.

Pippo restò affascinato osservando le sue cosce, e oltre, mentre si accomodava sul sedile accanto a quello del guidatore. Nessuno dei due reagì con stupore a quello spettacolo involontario. Era risaputo che quella vecchia 600, una delle prime uscite, avesse lo sportello controvento, capace di regalare visioni paradisiache quando a salirvi erano le donne. Pippo mi fece accomodare dietro e prese posto alla guida. Casa sua non era lontana e in meno di dieci minuti fummo davanti al portone. Parcheggiò con facilità, perse qualche istante con la catena antifurto al volante, mi fece scendere e poi si affrettò ad aprire lo sportello a Ludovica. Stavolta potei notare che mia moglie, con perfida arte, aveva tirato il lembo dell’abito verso l’alto e, scendendo dall’auto, spalancò le cosce offrendo una visione spettacolare della sua intimità. Restarono fermi per lunghissimi secondi, lei con le gambe divaricate, lui a godersi la vista. Le porse la mano e l’aiutò a scendere.

Varcato il portone, raggiungemmo l’ascensore senza dire una parola. Entrammo nell’appartamento di Pippo, che aveva un’aria di abbandono pur essendo pulito e in ordine: tutto sembrava grigio, spoglio, fermo nel tempo. Lui si scusò per lo stato della casa e si affrettò a preparare da bere, dopo aver chiesto a mia moglie cosa preferisse. Ludovica rifiutò l’offerta e si accomodò sull’ampio divano. Stavolta, con gesto plateale, tirò su il vestito ed espose senza pudore le gambe nude – eravamo in piena estate – lasciando intravedere le mutandine. Pippo bevve d’un fiato il suo scotch, visibilmente confuso, poi decise di sedersi sul divano tra me e Ludovica. Impacciato, cominciò a far scorrere i ricordi.

«Luigi, mi torna sempre in mente la mia Giuseppina, che su quel tavolo affettava l’anguria per te, e poi la gustavate insieme fino a farvi colare il succo sulle guance, ridendo e scherzando. Quella volta, con le guance impiastricciate, alla fine lei si abbassò le mutandine e si strofinò la fetta sul sesso, invitandoti a gustarlo da lì.»

Ludovica, pronta, lo corresse: «Pippo, volevi dire “fica”, non “sesso”…»

Pippo si corresse, e capì che Ludovica gli stava aprendo la strada. Si alzò infatti, si accovacciò davanti a lui ai piedi del divano; decisa, gli sfilò la cintura e in breve fece scorrere la cerniera verso il basso. Sorpreso, Pippo le disse:

«Prima di andare avanti mi duole doverti dire che sono del tutto impotente, quindi ti deluderei, con mio grande rincrescimento… tu meriti un uomo che ti faccia vibrare, godere di un cazzo duro e resistente…»

Ludovica ascoltava senza smettere di denudarlo, finché non gli tolse anche i pantaloni, lasciandolo con le calze e i boxer.

«Non preoccuparti, Pippo. Il mio amante Gino provvede almeno due volte al mese a farmi saltare sul suo cazzo lungo, che mi sbatte fin nell’utero, mentre il cornuto di mio marito assiste. Stai tranquillo, voglio dare e darmi piacere facendoti godere sulle mie labbra. Il cornuto qui vicino mi insegnò da giovane a fare pompini. Mi portava al cinema e non solo mi faceva bere da lui, ma anche dal venditore di gelati, durante la proiezione. Se vuoi puoi chiamarmi pompinara, troia, puttana… a proposito, come piaceva a Giuseppina farsi chiamare da mio marito?»

Così dicendo gli tolse i boxer e si trovò davanti il cazzo molle e triste di Pippo, che sospirò pesantemente accarezzandole una guancia.

«Piuttosto, sborri almeno?», riprese Ludovica, ormai senza ritegno.

«Sì, ancora tanto, e mi masturbo quasi ogni giorno sborrando parecchio», rispose Pippo, cambiando posizione sul divano.

Ludovica prese in mano il suo cazzo, come per soppesarlo, tenendolo teneramente sul palmo. «Doveva essere un cazzo da godere, il tuo, quando funzionava bene: grosso com’è, e pure lungo. Niente a che vedere col cazzo del cornuto di mio marito. Mi chiedo come Giuseppina si accontentasse del suo, dopo aver conosciuto il tuo…»

Pippo, animandosi, disse: «Tuo marito lo sapeva usare bene il cazzo con mia moglie; lo vedevo, e Giuseppina lo adorava quando la scopava.»

Ludovica smise di parlare e prese il cazzo di Pippo tra le labbra, facendo scivolare la lingua e leccandolo con voluttà. Ero affascinato dall’intraprendenza di mia moglie, che sembrava voler umiliarmi mentre dava sollievo al mio amico maturo. Il cazzo di Pippo, nonostante tutte le arti di pompinara di Ludovica, non si alzava, ma cresceva in volume ed estensione. Lei lo prese tutto in bocca, cercando disperatamente di dargli vigore: inutilmente. Le riempiva il cavo orale ma restava morbido, galleggiando tra palato e lingua. Pippo cominciò a sussultare, biascicando parole confuse, tra cui qualcuna che voleva dire quanto fosse brava a succhiare un cazzo.

«Vuoi dire, Pippo, che sono una brava sucaminchia? Dillo, mi piace. Sono abituata, sai? Me lo gridava all’orecchio il venditore di gelati al cinema, dopo essersi svuotato di sperma nella mia bocca, mentre il cornuto qui vicino mi lodava, felice della mia depravazione. Dillo apertamente, Pippo, mi piace.»

Così gli gridò, abbandonando per un istante quel membro che teneva tra le mani. Pippo, ormai prossimo al punto di non ritorno, si sentì libero di rivolgerle, senza più balbettii, la parola che pensava per lei.

«Sì, Ludovica, sei una grande sucaminchia, sei la regina delle sucaminchie, e fra poco ti vengo in bocca, posso?»

Per tutta risposta Ludovica strinse fermamente il cazzo molle di Pippo, che cominciò a sussultare sul divano, concedendosi solo di tenere fermo il capo di mia moglie sul proprio grembo. Poi esplose gridando: «Vengo, vengo, tutto in bocca a te, sucaminchia, prendilo tutto, peccato non poterti sborrare dentro la fica…» Poi si abbandonò contro la spalliera del divano.

Vidi Ludovica insistere per succhiare ogni goccia del suo seme; poi si rialzò, si avvicinò al mio vecchio amico, gli forzò le labbra e gli riversò in bocca tutto lo sperma che aveva raccolto. Quando ebbe finito, gli disse: «Adesso mi lecchi la fica e mi metterai il tuo sperma dentro la vagina, spingilo più a fondo che puoi. Lo voglio vedere colare dalle grandi labbra e farlo bere al cornuto di tuo amico, mio marito. Hai sentito, cornuto? Toglimi le mutandine, così Pippo può sborrarmi dentro la fica. Ora!»

Mi mossi rapidamente, mi inginocchiai dietro di lei e le abbassai le mutandine. Lei se le tolse di scatto scalciando, si sollevò dal corpo esausto di Pippo e si sdraiò sul divano, aprendo senza pudore le gambe; poi invitò il mio vecchio amico a leccarla mentre le depositava lo stesso sperma dentro la vagina. Pippo, ubriaco di piacere, incredulo di tanta iniziativa lasciva, si inginocchiò tra le sue gambe, aprì le labbra e vi spinse dentro il grumo di sborra. Ludovica, in preda al delirio, lo incalzava mentre Pippo la leccava.

«Questo cornuto avrebbe meritato più delle corna che mi ha spinto a fargli fin da ragazzi! Meritava di finire così, Pippo: se solo ti avessi conosciuto vent’anni fa, mi avresti messo incinta. Merita un figlio bastardo, vero cornuto?»

Pippo, intento a leccarla, non poteva rispondere, ma agitava il capo assentendo.

Risposi io per lui, e nella mia ammissione c’era tutta la mia sottomissione a mia moglie, nonostante la depravazione in cui l’avevo precipitata. «Sì, amore, ti avrei fatta mettere incinta da Pippo e da chiunque altro; era un mio pensiero, quando ancora eri fertile, ma non avevo il coraggio di dirtelo esplicitamente. Allora ero solo intento a demolire la tua granitica resistenza, a spingerti tra le gambe di un altro uomo.»

Ludovica spalancava sempre più le cosce, afferrando le proprie anche e divaricandole per godere della lingua di Pippo. «Adesso, adesso, sto per venire, Pippo, sei bravo con la lingua, continua, non azzardarti a fermarti, sarei capace di soffocarti con le cosce se ti fermi, vengo, vengo, oh sì, vengo, che bello! Che bello ti vengo sulla lingua, bravo, bravo, sono in paradiso, Pippo, la sucaminchia se ne sta venendo sulla tua lingua. Che godimento, e che rimpianto non averti incontrato allora: ti avrei fatto un figlio o una figlia e lo avremmo cresciuto insieme, voi due cornuti e noi due sucaminchie, la tua Giuseppina e io.»

Potevo solo assistere a quel surreale delirio: Pippo era intento a portare a termine il suo compito, quasi temesse la morte minacciata da mia moglie. Quando lei si abbandonò esausta contro la spalliera del divano, ancora a cosce aperte, fece cenno a Pippo di alzarsi. Poi, con piglio imperioso, mi ordinò di prendere il suo posto tra le sue gambe e leccare via lo sperma di Pippo che ormai colava lentamente dalla sua vagina. Il vecchio era stato bravo a spingerlo in profondità. Sicuramente le aveva regalato l’illusione di metterla incinta…

Lo vidi allontanarsi mentre io, il cornuto, mi inginocchiavo tra le sue cosce e cominciavo a leccare la fica di mia moglie insieme allo sperma del suo amico e complice.

«Luigi lecca benissimo», disse mentre lo incitavo a darle piacere, minacciandolo a mia volta di “morte” se solo avesse osato fermarsi o rallentare. «Ti piace leccare fica e sborra, vero, cornuto? Oh, comincio a godere, questa situazione mi fa impazzire, dai, non fermarti, lecca e bevi lo sperma di Pippo, cornuto. Mi hai reso una troia, senza più freni; sono la tua puttana e ne sono orgogliosa; non fermarti o ti strozzo, giuro che lo faccio, continua, cornuto! Sono una puttana, una troia. Questo è il mio destino da quando ti ho incontrato. Senza saperlo volevi la mia depravazione, la mia corruzione. Oltre alla ragazza, alla moglie, all’amante, volevi la puttana che sono e che mi sento di essere; ormai non faccio più distinzioni tra giovani, vecchi, laidi, impotenti, viziosi. Mi hai fatto scendere tutti i gradini della degradazione e non ti fermi. Mentre mi lecchi succhiando avidamente lo sperma del tuo amico, chissà a chi stai già pensando di cedermi. Spero che Gino, il mio amante che tu stesso hai voluto e scelto, e che ora mi scopa al posto tuo, voglia fermarti e dirti che non lo permetterà. Domani gli racconto che ho succhiato Pippo, gli racconto che scopavi con sua moglie! Non fermarti, vengo, vengo, vengo, sì…»

Aprì la bocca e mi sussurrò: «Ti amo, cornuto. Sono pronta per il prossimo gradino…»

Già stava germogliando il mio progetto successivo. Era ormai chiaro. Il giorno dopo ne parlai con Pippo, raccontandogli ogni dettaglio.

Pippo mi scongiurò: «Luigi, no, ti prego, Ludovica non merita questo…»

Non feci in tempo a raccontargli l’esito della mia fantasia. Ebbi solo il tempo di anticipargli un nome: «la Bolognese».

Lui capì. Ma un mese dopo mi fu riferito che era morto.

Io ero già andato dalla Bolognese…

Il seguito sarà il vero racconto di fantasia. Quello che state leggendo è tutto vero, e Pippo fu una realtà.

Grazie per la pazienza.

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