Ho ancora addosso quel profumo — agrumi e qualcosa di caldo, muschiato — come se la sera di ieri non si fosse decisa ad andare davvero. Mi sono svegliata stamattina con Luca che dormiva di fianco a me e per qualche secondo non riuscivo a stabilire se quello che ricordavo fosse accaduto sul serio o se fosse uno di quei sogni che lascia un residuo fisico tra le cosce. Poi ho guardato il letto disfatto dall’altra parte e ho capito.
Tre settimane fa Luca mi ha parlato di Giulia in cucina, mentre stavo finendo di lavare i piatti. Stava seduto al tavolo con le mani giunte — lo fa sempre quando è nervoso e non vuole sembrarlo — e ha detto: «C’è una cosa che voglio dirti.» Avevo continuato a lavare i piatti. Aveva detto: «Mi piace qualcuno. Una donna. E so che è una cosa complicata da dirti.»
Avevo finito di lavare i piatti. Avevo asciugato le mani sul canovaccio. Mi ero seduta di fronte a lui. E avevo detto: «Raccontami.»
Non so ancora da dove è venuta quella parola. Forse dalla stanchezza — sedici anni di matrimonio, una forma di amore che a volte somiglia così tanto all’abitudine da confondersi. Forse da qualcosa di più oscuro: una curiosità che non sapevo di avere, un desiderio di rompere qualcosa senza essere io a farlo.
Lui aveva parlato per quasi un’ora. Giulia, quarantadue anni come me, separata, si erano conosciuti tramite amici comuni. «Non è successo ancora niente,» aveva detto. «Voglio che tu lo sappia prima.» E poi, con una voce che non gli sentivo da anni — bassa, quasi spaventata — aveva aggiunto: «Vorrei che tu la conoscessi. Vorrei che tu fossi lì.»
Avevo impiegato dieci giorni a rispondergli. Nel frattempo ci eravamo comportati normalmente — la spesa, i pranzi della domenica, il sesso il mercoledì sera come al solito, identico a quello del mercoledì precedente.
Poi un mattino mi ero alzata prima di lui, avevo fatto il caffè, e quando era sceso in cucina avevo detto: «Va bene. Voglio conoscerla.» Senza aggiungere altro.
Senza spiegargli cosa voleva dire quel «va bene», perché non lo sapevo nemmeno io.
La sera al bar avevo scelto il vestito nero con la schiena scoperta. Non me lo mettevo da due anni. Davanti allo specchio mi ero chiesta perché ci tenessi così tanto a sembrare bella quella sera, proprio quella sera — e non avevo risposto alla domanda. Ero uscita di casa senza risponderle.
Giulia era già lì quando eravamo arrivati. Era seduta al bancone con un calice di vino bianco, la schiena dritta, i capelli castani tagliati corti. Aveva sorriso a Luca con una familiarità che mi aveva stretto qualcosa nello stomaco — non rabbia, qualcosa di più difficile da nominare. Poi aveva sorriso a me. «Sei bella,» aveva detto, semplicemente, come se fosse una constatazione e non un complimento. Come se avesse il diritto di dirmelo.
Avevo pensato: odio già questa donna. E poi avevo pensato: no. Non è questo.
Avevamo bevuto per un’ora. Lei era divertente, precisa, usava le mani quando parlava. A un certo punto si era girata verso di me — spalle a Luca, come se lui non esistesse per un momento — e mi aveva chiesto: «Hai paura?» Senza contesto, senza preavviso.
Avevo abbassato gli occhi sul bicchiere. «Non lo so,» avevo risposto.
«Forse sì.» E lei aveva detto: «Bene. Vuol dire che è reale.»
Seduta sulla sedia ad aspettare che finisse — e invece non volevo che finisse
L’appartamento era il nostro — il salone con i libri sulle mensole, il parquet che scricchiola vicino alla finestra, l’odore familiare di casa che quella sera stonava con tutto il resto. Avevamo lasciato accesa solo la lampada sul comodino. Luca aveva detto: «Puoi stare lì, se vuoi. O puoi andare in salotto. O puoi unirti a noi.» Tre porte aperte. Io avevo scelto la sedia in fondo alla stanza, quella con il cuscino blu che uso per leggere.
Giulia era bella nuda — questo l’ho registrato con una precisione quasi clinica, prima che il pensiero diventasse qualcosa d’altro. Fianchi larghi, seno pesante, una cicatrice sottile sul fianco sinistro. Aveva risposto alla mia domanda — appendicite, anni fa — mentre si sfilava la gonna con la stessa naturalezza con cui si sfila un cappotto.
Come se il proprio corpo fosse un territorio che conosceva bene e non aveva nessuna intenzione di nascondere.
Luca la guardava con una fame che conoscevo — ne avevo visto qualcosa, negli anni — ma mai così esposta, mai così senza il vetro sottile che di solito si mette tra il desiderio e l’aria aperta. Quando l’ha presa per i fianchi e l’ha spinta sul letto, ho stretto le mani sulle ginocchia. Le dita si sono contratte nel tessuto della gonna.
Giulia ha emesso un suono basso, soddisfatto, e ha aperto le gambe con una franchezza che era quasi sfrontata.
Luca è sceso con la bocca sul collo di lei, sulle clavicole, sul seno. Lei ha messo una mano tra i suoi capelli e ha spinto, leggermente, verso il basso. Lui ha obbedito senza protestare. Ho riconosciuto quel gesto — il modo in cui cedeva — e riconoscerlo in quel contesto ha prodotto una fitta acuta, quasi rabbia, subito seguita da un calore umido tra le mie gambe che non aveva nessuna intenzione di essere lì.
Non avrei dovuto guardare. Continuavo a guardare.
Il respiro di Giulia si faceva più corto, più irregolare — piccoli suoni che si staccavano dalla gola come bolle. Luca lavorava con la lingua sulla sua figa con quella concentrazione silenziosa che conosco. Ho chiuso le cosce. Non è servito a niente.
Quando Luca si è rialzato e l’ha penetrata — lento, misurato, guardandola negli occhi mentre entrava — ho smesso di respirare per circa tre secondi. La bocca di Giulia si è aperta in un sorriso che era anche un sospiro. Poi ha girato la testa verso di me — deliberatamente, senza fretta — e mi ha guardata. Non con crudeltà. Con qualcosa di più difficile da classificare. Un riconoscimento. Come se sapesse esattamente cosa stavo provando e non avesse nessuna intenzione di fingere il contrario.
Ti vedo. So cosa sei. Vieni.
Non mi sono mossa dalla sedia. Ma le mani hanno lasciato andare la gonna.
Il momento in cui ho smesso di guardare e ho cominciato a toccare — e non sapevo più chi stavo cercando
Fu Giulia a muoversi per prima. Si alzò dal letto — Luca la lasciò andare senza una parola, si spostò di lato, il cazzo dritto e lucido, gli occhi su di me con un’espressione che non avevo mai visto sul suo viso: qualcosa tra l’attesa e la preghiera. Giulia attraversò la stanza scalza, il parquet che non scricchiolò nemmeno sotto i suoi piedi, e si fermò davanti a me.
Si abbassò fino a essere all’altezza dei miei occhi. Eravamo vicinissime — abbastanza da sentirne il profumo, agrumi e qualcosa di più caldo, sudore e eccitazione mescolati.
«Non devi fare niente che non vuoi,» ha detto. Voce bassa, quasi un sussurro. «Ma il modo in cui mi stavi guardando mi dice che vuoi.»
Ho aperto la bocca. Non è uscito niente. Lei ha sollevato una mano e me l’ha posata sulla guancia — palmo caldo, dita lunghe — con una delicatezza che era quasi offensiva rispetto a quanto mi sentivo in pezzi in quel momento. Poi mi ha baciata. Non ha chiesto. Mi ha baciata e basta, labbra morbide, lingua che premeva appena contro i miei denti finché non ho ceduto e ho aperto la bocca e ho smesso di pensare a cosa significava tutto questo.
Sapeva baciare. Lo pensai con una chiarezza stupida e precisa, come se stessi compilando un giudizio obiettivo su qualcosa che non mi riguardava. Poi smisi di pensare del tutto.
Luca era ancora sul letto. Lo sentivo guardare — sentivo il peso dei suoi occhi addosso come una mano. E sapere di essere guardata da lui mentre mi perdevo nella bocca di un’altra donna aprì qualcosa dentro di me che non ha nome. Qualcosa di primitivo, di urgente. Il potere e la sua assenza. Il voler essere vista nel momento preciso in cui smettevo di controllare tutto.
Giulia mi tirò in piedi, mi sfilò la gonna con movimenti pratici e sicuri, mi spinse sul letto accanto a Luca.
Per un momento rimanemmo fermi tutti e tre — lui, io, lei — in quel triangolo di luce arancione, i respiri sovrapposti. Luca mi prese la mano. La strinse forte, senza dire niente. E quello stringere conteneva sedici anni: tutto quello che non riuscivamo più a dirci, e questa cosa nuova, questa cosa strana e reale, che era anche nostra.
Giulia scese tra le mie gambe con la bocca e io smisi di tenere il conto di quello che era giusto sentire. La sua lingua era precisa, educata — conosceva la geografia di un corpo femminile con una familiarità che Luca, con tutto il suo amore, non aveva mai raggiunto. Emisi un suono che non avevo mai sentito uscire dalla mia gola: qualcosa di spezzato, di liberato, di un po’ vergognoso. Le dita di Luca strinsero ancora le mie. Si avvicinò, mi baciò il collo, la tempia, il bordo dell’orecchio. Presente. Vicino. Testimone e partecipante insieme.
Poi Giulia risalì lungo il mio corpo con la bocca, si fermò sul mio seno, mi guardò. «Vuoi che entri anche lui?» chiese. Come se fosse la cosa più normale del mondo stabilirlo tra noi due, senza neanche interpellarlo. Come se in quel momento fossimo noi a decidere.
Ho annuito. Non riuscivo a parlare.
Quando Luca mi penetrò — e Giulia era lì, le sue dita sulla mia figa mentre lui scopava, il suo respiro sul mio collo — non riuscii a stabilire dove finiva la gelosia e dove cominciava il desiderio, se fossero mai state cose davvero separate o se avessi semplicemente impiegato sedici anni a capire che erano la stessa cosa con due facce diverse.
Quando venni, fu con le sue labbra sulla mia bocca e il suo cazzo dentro di me e la mano di una donna che non conoscevo ancora bene a tenermi insieme mentre esplodevo.
Dopo, quando Giulia se n’è andata e ho capito che non era finita qui
Giulia se ne andò verso mezzanotte. Si rivestì in modo rapido e privo di imbarazzo, si passò le dita tra i capelli, ci baciò entrambi sulla guancia — prima me, poi Luca — e disse solo: «È stata una bella serata.» Come se fossimo stati a cena. Come se fosse normale.
Forse lo era. Forse poteva diventarlo.
Rimanemmo soli sul letto disfatto, la lampada ancora accesa, il parquet che scricchiolò quando Luca si alzò per chiudere la finestra. Rimasi sdraiata a fissare il soffitto. Sentivo ancora il calore di Giulia sulla pelle come una firma, qualcosa di impresso. L’odore familiare di casa era mescolato con qualcosa d’altro — il suo profumo, il sudore di tutti e tre. Era un odore strano. Non era sgradevole.
Luca tornò a letto, si sdraiò accanto a me, non disse niente per un po’. Poi disse: «Stai bene?»
«Non lo so ancora,» risposi. Era la cosa più onesta che potessi dire.
Annuì come se fosse la risposta giusta. Mi passò un braccio sotto le spalle e mi tirò verso di sé, e io lasciai che mi tirasse, il viso contro il petto di lui. Rimasi ferma ad ascoltare il suo respiro rallentare verso il sonno.
Pensai a Giulia. Al modo in cui mi aveva guardata dalla posizione del letto — quella prima volta, con Luca dentro di lei — come se sapesse già come sarebbe andata a finire. Come se lo sapesse prima di me. La cosa che non avevo il diritto di volere. Adesso era mia. E non ero ancora sicura di cosa farmene, ma sapevo che l’avrei tenuta.
Mi addormentai con quel profumo ancora addosso — agrumi e qualcosa di caldo — e non feci nessun sogno.





