Ti fidi della paglia?
Alle dieci il cotto della terrazza era già caldo. Il sole entrava di traverso nel pergolato di glicine secco e accendeva la polvere di legno sospesa sopra il parapetto. Sotto le fasce passò il treno per Genova, lungo. Il golfo del Tigullio rimase immobile.
La casa della nonna di Irene aveva le persiane verdi scrostate e l'intonaco rosa, quasi bianco dove batteva il salmastro. D'estate la pietra tratteneva il caldo fino a notte.
Tommaso era in ginocchio accanto alla sedia. Una chiavarina sfondata, trovata in cantina. Da tre mattine ne ripassava il telaio con la carta vetrata, sempre nello stesso senso. Aveva ventisei anni e le dita grigie di legno.
Davide salì dalla creuza con un fascio di paglia di palude sulla spalla. Ventinove anni, le braccia scure di chi passa le giornate sugli scafi al porticciolo. Posò la paglia sul cotto e si accovacciò.
«Prima si bagna. Poi si torce. Così.»
Aveva mani grandi e lente. Tommaso lo imitava, sbagliava, ricominciava.
Irene li guardava dall'ombra del glicine. Aveva ventiquattro anni, i polpastrelli ruvidi di calce dopo un inverno di ponteggi a Brera, un elastico nero al polso. Lo tirò e lo lasciò schioccare.
Un pensiero arrivò senza che lei lo cercasse. Le mani di Davide sulla sua schiena. Il marito lì accanto, a guardare.
Lo lasciò stare. Non lo scacciò.
Tommaso alzò gli occhi dalla paglia e vide dove guardava la moglie. Lo riconobbe subito. Era quello che le aveva raccontato per mesi, la sera, prima per scherzo e poi sul serio. Lei aveva sempre riso.
Adesso non rideva. Lui non distolse gli occhi.
Davide sentiva quello sguardo sulla nuca, insistente come il sole. Continuò a intrecciare. Prima di passare la paglia a Tommaso guardò lei, poi lui.
A mezzogiorno la sedia era finita. La paglia nuova aveva il colore del grano.
Irene si sedette. L'intreccio scricchiolò e tenne.
«Regge?»
«Regge due persone» disse Davide. Lo disse senza malizia. Nessuno dei due gli rispose.
La sera scoppiò il temporale. Alla trattoria sotto la chiesa la tenda gocciolava sui tavoli vuoti e il mare si era fatto grigio. Irene e Tommaso mangiavano acciughe fritte con le dita.
Lei fece schioccare l'elastico.
«Quella cosa. La vuoi ancora davvero?»
«Sì.»
Lui non aggiunse altro. Aspettò.
«Allora decido io. Come e quando. E tu fai quello che ti dico.»
«Va bene.»
«Se uno di noi dice basta, ci fermiamo. Uno qualunque.»
Tommaso le prese la mano sopra la tovaglia di carta. Era fredda di pioggia.
A casa Irene scrisse a Davide. Tre parole. Lui arrivò mezz'ora dopo, con la maglietta bagnata sulle spalle.
In cucina rimasero in piedi vicino al lavello. Nessuno sapeva cosa fare delle mani.
«Decide lei» disse Tommaso.
«E basta vuol dire basta» disse Irene.
Davide annuì. «Va bene. Dimmi tu.»
Dimmi tu quando
La pioggia aveva lavato l'aria. Dalla finestra aperta della camera al primo piano arrivava l'odore della terra bagnata, il risucchio del mare sui sassi, un treno lontano. La graniglia era fredda sotto i piedi nudi.
Tommaso aveva portato su la sedia. La mise al centro della stanza, sotto la lampadina, e andò sul bordo del letto.
Davide si spogliò e si sedette sulla paglia. Irene si sfilò il vestito di cotone e restò in piedi davanti a lui, un momento. Poi gli salì in grembo.
L'intreccio scricchiolò. Il telaio era freddo contro le sue ginocchia, la pelle di lui calda. Davide le posò le mani sui fianchi e non le mosse. Guardò lei. Guardò Tommaso.
Irene prese in mano il cazzo di Davide e se lo portò dentro piano, scendendo. Il respiro le cambiò. Si voltò verso il marito.
«Toccati.»
Tommaso si slacciò i pantaloni. Obbedì.
«Più piano.»
Lui rallentò.
Irene cominciò a muoversi sulle cosce di Davide e scoprì una cosa che non sapeva. Li teneva tutti e due. Bastava una parola, un'occhiata, e uno si fermava, l'altro aspettava. Questo le piaceva più del resto.
Tommaso la guardava godere di un altro uomo. Vedeva la schiena di lei, le scapole, la mano di Davide che le saliva sulla nuca. Il punto dove si univano gli restava nascosto dal corpo di lei. Vedeva la faccia. Cercava la gelosia che aveva temuto per mesi e trovava altro. Orgoglio, forse. Una tenerezza che non sapeva dove mettere.
«Fermati» gli disse lei.
Si fermò.
Davide non spingeva. Aspettava che fosse lei a dare il ritmo. Solo quando Irene gli strinse le spalle e disse sì, lui la tirò giù più forte, e il telaio cigolò sotto di loro.
«Adesso» disse lei al marito. «Adesso sì.»
A un certo punto l'elastico non era più al suo polso. Nessuno lo notò.
Irene scopava Davide con la fronte contro la sua, i talloni puntati sulla graniglia. Venne all'improvviso, forte, e un fiotto caldo le scappò via, bagnò la paglia, le cosce di lui, il pavimento.
Restò ferma. Poi rise, sorpresa, con la bocca aperta.
Tommaso rise con lei, dal letto.
Davide la sollevò appena, si sfilò e le venne sul ventre, in silenzio, con la mano di Irene ancora sulla nuca.
Lei si alzò. Andò dal marito, gli prese la mano impolverata di legno e gliela posò lì, sul ventre bagnato.
Lui non la tolse.
Torna sabato?
La mattina la luce era bianca. Sulla terrazza c'era odore di caffè e di paglia bagnata che asciugava al sole. La sedia stava contro il parapetto, con una macchia più scura in mezzo all'intreccio.
Davide bevve il caffè in piedi e scese per la creuza. A metà strada si voltò. Guardò Irene, poi Tommaso.
Rimasti soli, non dissero niente. Tommaso passava il pollice sulla macchia. Irene lo guardava fare.
Più tardi lei trovò l'elastico sotto il letto, tra la polvere e una forcina della nonna. Lo tenne in mano. Non lo rimise al polso.
Ne parlarono a pranzo, sotto il glicine. Davide poteva tornare. Quando lo volevano tutti e tre, e sempre con Tommaso nella stanza.
Irene prese il telefono e scrisse due parole. Torna sabato?
La risposta arrivò prima che lo posasse.
A settembre la sedia stava nel soggiorno di via Melzo, accanto alla libreria. La macchia sulla paglia non era andata via. Nessuno dei due aveva provato a toglierla.
Una sera arrivò un messaggio di Davide. Scendeva a Milano per una fiera nautica, giovedì.
Irene girò il telefono verso Tommaso, sul divano.
«Gli dico di sì?» sussurrò.
«Gli hai già detto di sì.»
«Allora diglielo tu.»
Tommaso scrisse la risposta con le dita ancora grigie della cornice che stava levigando. Irene gli appoggiò la testa sulla spalla, e accanto alla libreria la sedia teneva, con la sua macchia in mezzo alla paglia.

