Il ritardo di Gianna

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Andrea guardò di nuovo l’orologio sul cruscotto. Ventidue minuti. Gianna non impiegava mai più di dieci minuti a cambiarsi dopo la lezione di yoga. Il motore della Passat ticchettava nel silenzio, raffreddandosi lentamente mentre lui tamburellava le dita sul volante. La palestra era quasi vuota a quell’ora, le luci al neon filtravano attraverso le vetrate della reception deserta.

Si accorse che stava stringendo il telefono troppo forte. Nessun messaggio. Niente. Solo il display vuoto e il suo riflesso distorto nello schermo nero. Fuori, il parcheggio era una distesa di asfalto lucido sotto i lampioni, poche auto sparse, nessun movimento.

Qualcosa non tornava.

Spense il motore e scese, chiudendo la portiera con più forza del necessario. Il clack metallico risuonò nell’aria umida della sera. Mentre camminava verso l’ingresso, sentì il battito accelerare, una stretta allo stomaco che non sapeva spiegare. La porta scorrevole si aprì con un sibilo, l’aria condizionata gli investì il viso. La reception era vuota, solo il ronzio dei neon e l’odore di detergente al limone.

I suoi passi echeggiarono sul pavimento di linoleum mentre percorreva il corridoio verso la sala yoga. Le altre sale erano buie, chiuse. Ma dalla sala grande, quella con gli specchi, filtrava ancora luce. E qualcos’altro. Un suono. Basso, ritmico, accompagnato da un respiro affannoso.

Andrea rallentò, il cuore che gli martellava nelle orecchie. Si avvicinò alla porta socchiusa, e attraverso lo spiraglio vide.

Nello specchio

Gianna era sollevata da terra, la schiena contro uno degli specchi, le gambe avvolte intorno ai fianchi di Roberto. Il personal trainer. Quello che le aveva fatto i complimenti per i progressi nelle posizioni. Quello che Andrea aveva trovato “un tipo a posto, professionale”.

Il reggisone nero di Gianna era spostato, le tette enormi che rimbalzavano a ogni colpo. Roberto la teneva sollevata come se non pesasse nulla, le mani sotto il culo di lei, i muscoli delle braccia tesi mentre la sbatteva contro lo specchio. Il vetro tremava a ogni spinta, un ritmo sordo e regolare.

“Cazzo, sei stretta,” ansimò Roberto, la voce roca.

“Più forte,” gemette Gianna, le unghie che gli graffiavano le spalle. “Dai, scopami più forte.”

Andrea rimase paralizzato dietro la porta, nascosto nell’ombra del corridoio. Doveva andarsene. Doveva entrare. Doveva fare qualcosa. Invece restò lì, incapace di muoversi, mentre la mano gli scivolava automaticamente sul rigonfiamento nei pantaloni.

Roberto cambiò posizione, facendo scivolare Gianna giù fino a metterla in piedi, sempre contro lo specchio. La penetrò di nuovo, stavolta guardandola negli occhi, il viso a pochi centimetri dal suo. I loro corpi si muovevano insieme, la pancia piatta di lui contro le curve morbide di lei.

“Il tuo maritino è là fuori ad aspettarti?” sussurrò Roberto, mordendole il labbro inferiore.

Gianna gemette, gli occhi socchiusi. “In macchina. Crede che mi stia cambiando.”

“E invece sei qui che ti fai chiavare da me.”

“Sì… cazzo, sì…”

Andrea sentì le ginocchia cedere. Si appoggiò al muro, la mano nei pantaloni, gli occhi fissi sulla scena. Gianna aveva le guance rosse, i capelli appiccicati alla fronte sudata, la bocca semiaperta in un’espressione che lui non le aveva mai visto. Un’espressione di puro, animale piacere.

“Guarda,” disse improvvisamente Roberto, girandole il viso verso la porta. “Guarda chi c’è.”

Il sangue di Andrea si gelò. I loro occhi si incontrarono nello specchio. Gianna non sembrò sorpresa. Anzi, sorrise. Un sorriso lento, complice, mentre Roberto continuava a scoparla.

“Ciao amore,” disse con voce rotta dal piacere. “Ci stai guardando?”

Roberto rise, un suono basso e gutturale. “Dai, vieni pure. Tanto ormai ti ha visto.”

Ma Andrea non si mosse. Restò lì, nascosto ma non nascosto, la mano che si muoveva più veloce mentre loro continuavano. Roberto si staccò dallo specchio, portò Gianna al centro della sala, sui tappetini da yoga ancora stesi. La fece inginocchiare.

In ginocchio

Gianna si leccò le labbra, guardando il cazzo di Roberto pulsare davanti al suo viso. Lo prese in bocca con avidità, le mani sui fianchi di lui, la testa che si muoveva avanti e indietro. Roberto le afferrò i capelli, guidandola, spingendo più a fondo.

“Brava,” mormorò. “Prendilo tutto.”

Gianna obbedì, rilassando la gola, lasciando che lui la scopasse in bocca. Le lacrime le rigavano il trucco, la saliva le colava sul mento, ma non si fermò. Anzi, accelerò, le mani che gli stringevano il culo, tirandolo più dentro.

Andrea li guardava nello specchio. Vedeva il profilo di sua moglie in ginocchio, le tette che ondeggiavano, la bocca piena. Vedeva Roberto, la testa rovesciata all’indietro, i muscoli tesi nel piacere. E vedeva se stesso, riflesso in fondo, patetico e invisibile, che si segava come un adolescente.

“Sta venendo,” disse Roberto, guardando verso la porta. “Il tuo maritino sta venendo mentre ti guardo scopare la gola.”

Gianna emise un gemito soffocato, aumentando il ritmo. Roberto la tenne ferma, affondando fino in fondo, e venne con un grugnito rauco. Gianna deglutì, gli occhi chiusi, la gola che lavorava.

Quando si staccò, aveva la bocca lucida e rossa. Si pulì con il dorso della mano, sempre in ginocchio, e guardò verso la porta. Verso Andrea.

“Ci vediamo in macchina?” disse, la voce dolce come sempre.

Andrea non rispose. Si voltò e corse via, il respiro che gli bruciava in gola, i pantaloni macchiati, le gambe che tremavano. Attraversò il corridoio, la reception, il parcheggio. Salì in macchina e si pulì alla meglio con dei fazzoletti, il cuore che gli martellava, la testa vuota.

Dieci minuti dopo, Gianna aprì la portiera e salì. Capelli ancora umidi dalla doccia, leggings neri e felpa, la borsa da palestra in spalla. Sorrideva.

Piccole bugie

“Scusa il ritardo,” disse, allacciandosi la cintura. “Roberto mi ha trattenuta per parlare della nuova scheda.”

Andrea mise in moto, gli occhi fissi sulla strada. “Ah. Va bene.”

“Sei arrabbiato?”

“No.”

Gianna gli mise una mano sulla coscia. “Sicuro? Sembri teso.”

Lui deglutì. “Stanco. Solo stanco.”

Lei sorrise, la mano che saliva leggermente. “Quando torniamo a casa ti rilasso io.”

Andrea annuì, senza guardarla. Nel retrovisore, vide le luci della palestra allontanarsi. Roberto era sulla porta, appoggiato allo stipite, che li guardava partire. Alzò una mano in un saluto beffardo.

“Tra due giorni c’è di nuovo lezione,” disse Gianna, guardando fuori dal finestrino. “Vieni a prendermi alla solita ora?”

“Sì,” rispose Andrea, la voce appena un sussurro.

Lei gli strinse la coscia, le dita che affondavano nella stoffa. “Bravo.”

E sorrise di nuovo, mentre la macchina scivolava nel traffico serale, portandoli a casa come sempre, come se nulla fosse cambiato. Ma tutto era cambiato. E tutti e due lo sapevano.

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scritto da

Ottavio Carosone
Ottavio Carosone
Ottavio Carosone è uno scrittore italiano noto per i suoi racconti audaci e sofisticati dedicati al mondo degli adulti, con una predilezione particolare per i racconti cuckold, che esplora con una sensibilità unica e una prospettiva profondamente innovativa. Nato il 23 marzo 1975 nella vibrante città di Napoli,Ottavio ha trascorso la sua infanzia e adolescenza immerso nella ricca cultura e nelle tradizioni della sua città natale, elementi che hanno fortemente influenzato il suo percorso artistico e personale.....

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