Il giovedì delle lenzuola di lino

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Vi avverto subito: è tutta fantasia, ma che fantasia

Mi chiamo Salvatore Ianniello, ho quarantanove anni, faccio l'ottico e il negozio ce l'ho sul corso a Nocera Inferiore. Con Assunta sono sposato da diciannove anni, venti a marzo se Dio vuole. Vi dico subito una cosa, così nessuno si sente preso in giro: quello che sto per raccontarvi non è successo. È una storia che io e mia moglie ci raccontiamo a letto il giovedì sera, da quasi un anno, a luce spenta. Però è vera lo stesso, perché la viviamo così, con le sue regole e i suoi orari. E vi garantisco che ancora oggi, mentre la scrivo, mi si scalda la faccia come quando sbaglio una diottria davanti a un cliente.

È nata da una cosa vera, questo ci tengo a dirlo. Una domenica mattina eravamo al bar sotto casa, in via Napoli, io pagavo i cornetti alla cassa e lei aspettava vicino alla vetrina. A un certo punto sento una risata forte, di quelle che fanno girare tutto il bancone, e una voce che dice: "Uè, Susy!". Mi giro e vedo questo omone con il grasso nelle pieghe delle dita, che le mette una mano sul fianco per salutarla e la tiene lì un secondo di troppo. Era Nicola Cerullo, l'elettrauto di Pagani, quello con cui Assunta è stata tre anni prima di conoscere me, quando lei ne aveva tra i ventiquattro e i ventisette. Si sono lasciati senza drammi, lei me ne ha sempre parlato poco e senza rancore. Ma Susy non la chiamava più nessuno da vent'anni, e io non l'ho mai chiamata così. In paese si sapeva che si era separato da poco, sapete come vanno queste cose.

La sera stessa, a letto, con la luce già spenta, lei mi fa: "E se tornasse?". Io le chiedo: "Tornasse dove?". E lei: "Qua". Tra marito e moglie dopo vent'anni una parola tira l'altra, potete immaginare, e da quella sera è nato il giovedì.

Il giovedì perché è il giorno che Assunta chiude il salone all'una. Ce l'ha in società con mia sorella, e il pomeriggio è libera. Fa la spesa al mercato, passa dal pescivendolo e cucina leggero, una minestrina, un'orata al forno, perché dice che con la pancia piena dopo non si sta bene. Io il giovedì chiudo il negozio alle sette e mezza, salgo, mi lavo le mani e apro il comò di sua madre, buonanima, dove ci sono le lenzuola di lino del corredo con le iniziali ricamate. Le tiro fuori io e le stiro io, sull'asse in cucina, mentre lei mi guarda le pieghe da dietro la spalla e mi corregge l'angolo. Poi vado in camera e sposto la poltroncina di velluto verde bottiglia dal suo posto vicino all'armadio a specchio. La metto a un metro e mezzo esatto dal letto. La prima volta l'ho misurato con il metro da sarta di lei, ora vado a occhio ma ci azzecco sempre, è il mestiere.

Poi lei si fa la doccia, si siede sul bordo della vasca con l'accappatoio aperto sulle ginocchia e si smalta i piedi di rosso scuro. Assunta i piedi li cura più dei capelli, e ce ne vuole, perché i capelli ramati se li tinge da sola ogni lunedì e non sbaglia una ciocca. Io le tengo la lampada da tavolo con la prolunga, e lei ogni tanto mi dice "più vicino, Salvato', che non vedo". L'ottico che fa la luce agli altri, ditemi voi. Quando lo smalto è asciutto si mette la sottoveste color carne e sotto niente. Ci corichiamo, si spegne la luce, e comincia lei a raccontare con voce bassa e precisa.

Nella storia Nicola aveva un mazzo di chiavi suo, che lei gli aveva dato. Saliva alle nove e un quarto, sempre dieci minuti di ritardo, perché nella storia lui non arrivava mai puntuale. La tuta da lavoro se l'era cambiata in macchina, ma le mani restavano quelle, con il nero sotto le unghie. Le regole erano tre e lei le ripeteva ogni volta prima di cominciare. La mia: mani sui braccioli, nessuna parola, guardo e basta. Quella di Nicola: niente preservativo, perché "Susy era mia prima che tua", diceva lui, e lei me lo diceva con la voce di lui, che non so come fa ma la imita bene. Quella di Assunta: se lei dice "basta" si ferma tutto, lui si riveste e se ne va. Non l'ha mai detto, nemmeno per finta, ma la regola c'è.

Il mio posto ve lo devo spiegare bene, perché conta. La poltroncina è più bassa del materasso, quindi i piedi di lei e i fianchi li vedevo benissimo. Il viso invece a tratti me lo copriva la spalla di Nicola, e io mi dovevo accontentare.

La mia poltroncina in prima fila

Nicola si sdraiava in mutande sul lato mio del letto, e già questo, vi dico la verità, è la parte che mi fa più effetto. Assunta stava seduta contro la testiera di noce con le gambe distese, e gli appoggiava i piedi sulla pancia. Con l'alluce gli abbassava l'elastico delle mutande, e io dalla poltroncina vedevo il segno rosso che l'elastico gli aveva lasciato sulla pelle, una riga dritta sotto l'ombelico. Il cazzo gli stava già duro e lei non lo toccava con le mani, prendeva la crema dal comodino, quella che usa al salone per le mani screpolate, se ne metteva un po' sulle piante dei piedi e poi lo chiudeva in mezzo.

Io guardavo come si guarda dentro una lente, la parte di me che sta al banco del negozio non si spegne mai. Lo smalto rosso scuro che saliva e scendeva, le dita di lei che si piegavano verso l'interno per stringerlo meglio, la pianta lucida di crema. Ogni volta che Nicola alzava il bacino per andarle incontro lei rallentava, quasi si fermava, e lui ricadeva sul materasso con una vena gonfia sul lato del collo che si vedeva pulsare. Io sui braccioli stringevo il velluto. A un certo punto lei girava la testa verso di me, sempre col piede che andava, e mi faceva: "Statte fermo, ammore, guarda". E io guardavo.

Poi lei si sdraiava su un fianco, girata verso la poltroncina, e Nicola si metteva di traverso, perpendicolare a lei, con il busto lontano e i fianchi vicini. Le gambe si incrociavano a X sulle lenzuola di lino che avevo stirato due ore prima: una gamba di lui sopra la coscia di lei, l'altra sotto, i due bacini che si incontravano ad angolo retto. Da dove stavo io vedevo l'incastro di sbieco, il punto esatto dove il cazzo lucido di crema le entrava nella fica aperta, e poi usciva e rientrava. Il materasso si inclinava verso di me a ogni spinta e la testiera batteva contro il muro della camera dei vicini, un colpo sordo, regolare.

Lei gli afferrava il polso e lo teneva stretto. Lui si piegava e le diceva qualcosa all'orecchio, e io non sentivo niente, solo il fiato. Dopo, quando ci siamo rigirati sul cuscino, lei me l'ha riferito: "Ha detto che la chiave entra ancora uguale". Inutile dirvi che ho fatto finta di ridere.

Nicola le veniva dentro senza preservativo, come da regola sua. Si fermava tutto in un colpo, fermo fermo, con un grugnito basso, la mano di lei ancora sul polso. Restava così qualche secondo, poi si sfilava piano. Assunta mi guardava e diceva: "Vieni qua, Salvatore, ma senza toccare". Io mi alzavo dalla poltroncina per la prima volta in tutta la sera e mi chinavo, a trenta centimetri, come quando controllo un graffio su una lente contro la luce.

Lo sperma usciva lento, non tutto insieme. Era di un bianco opaco, un po' più denso al centro. Una goccia si staccava e cominciava a scendere sull'interno della coscia, si fermava un momento, poi riprendeva fino al lino. Lì la macchia si allargava piano, a cerchio, più scura del tessuto intorno. Ora che lo scrivo mi accorgo che quella macchia la conosco a memoria, e non c'è mai stata.

Il giovedì dopo, e quello dopo ancora

Poi si riaccendeva la luce vera, quella del lampadario, e nel letto c'eravamo solo io e Assunta, sudati tutti e due. Ridevamo della goccia sul lino come due scemi. Il venerdì mattina, prima di scendere al negozio, metto le lenzuola in lavatrice a sessanta gradi anche se sono pulite, perché fa parte del rito, e lei non me lo chiede nemmeno più, lo faccio e basta.

Ormai il giovedì è come la pizza del sabato, ha la sua routine e nessuno la discute. Ogni tanto lei compra uno smalto nuovo, sempre rosso scuro ma con un nome diverso, io stiro, sposto la poltroncina, tengo la lampada. Mia sorella al salone ha capito che il giovedì pomeriggio Assunta non risponde al telefono, e non fa domande.

Però vi devo raccontare l'ultima, che è vera. Il mese scorso la macchina mi è morta davanti al negozio, la batteria, e con il vicino l'abbiamo spinta fino all'officina più vicina sulla statale verso Pagani. Indovinate chi c'era sotto il cofano di un furgoncino? Lui mi ha riconosciuto subito, ha riso forte come al bar, mi ha cambiato la batteria in venti minuti. Io ho pagato, ho detto grazie, e non sono riuscito a guardarlo in faccia nemmeno una volta. Gli guardavo le mani.

Quella sera l'ho raccontato ad Assunta e lei ha riso fino alle lacrime. Poi, a luce spenta, si è girata verso di me e mi ha fatto: "E se il giovedì prossimo gli do le chiavi davvero?".

Non le ho ancora risposto. Intanto giovedì le lenzuola le ho stirate lo stesso, e pure quello dopo, e vi assicuro che noi due così stiamo benissimo.

Il prossimo racconto, appena esce

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scritto da

Ottavio Carosone
Ottavio Carosone
Ottavio Carosone è uno scrittore italiano noto per i suoi racconti audaci e sofisticati dedicati al mondo degli adulti, con una predilezione particolare per i racconti cuckold, che esplora con una sensibilità unica e una prospettiva profondamente innovativa. Nato il 23 marzo 1975 nella vibrante città di Napoli,Ottavio ha trascorso la sua infanzia e adolescenza immerso nella ricca cultura e nelle tradizioni della sua città natale, elementi che hanno fortemente influenzato il suo percorso artistico e personale.....

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