Andrea aveva ventisette anni, un fisico scolpito dalla palestra e una laurea in giurisprudenza ancora fresca di stampa quando varcò la soglia dello studio Martinelli & Associati. Era il suo primo giorno da tirocinante e la tensione gli attanagliava lo stomaco. L’avvocato Giovanni Martinelli lo accolse con una stretta di mano formale, lo sguardo penetrante dietro gli occhiali dalla montatura sottile. Cinquantadue anni, capelli brizzolati, un’eleganza sobria che trasudava potere. Sua moglie Sara, quarantacinque anni e socia dello studio, gli sorrise con un calore che sembrò eccessivo per una prima presentazione.
Durante la mattinata, mentre Andrea studiava fascicoli e prendeva appunti, iniziò a percepire qualcosa di strano. Sara passava davanti alla sua scrivania più spesso del necessario, indugiando con lo sguardo sul suo corpo. Giovanni lo osservava con un’espressione indecifrable, quasi stesse valutando un oggetto prezioso. A pranzo, quando Sara gli passò accanto nella saletta break, sentì distintamente la sua mano sfiorargli il pacco attraverso i pantaloni. Un tocco rapido, inequivocabile, accompagnato da un sorriso enigmatico. Andrea rimase paralizzato, il cuore che martellava, incerto se avesse davvero percepito quello che credeva.
Il pomeriggio trascorse in un’atmosfera surreale. Ogni sguardo, ogni parola sembrava caricarsi di doppi sensi. Giovanni lo chiamò nel suo ufficio per discutere di un caso, ma i suoi occhi continuavano a vagare sul corpo del ragazzo con un’intensità che non aveva nulla di professionale. Sara entrò a un certo punto, chiudendo la porta alle spalle. Si sedette sulla scrivania, le gambe accavallate, la gonna che scivolava pericolosamente in alto.
“Andrea,” esordì Giovanni con voce calma, “dobbiamo farti una proposta.”
Il tirocinante deglutì, la bocca improvvisamente secca. “Una proposta?”
“Vedi,” continuò l’avvocato, alzandosi e avvicinandosi alla finestra, “questo studio ha delle… particolarità. Non tutti sono adatti a lavorare qui. Richiede una certa apertura mentale. Una disponibilità che va oltre le competenze legali.”
Sara scese dalla scrivania e si avvicinò ad Andrea, i tacchi che risuonavano sul parquet. Era una donna mozzafiato: capelli castani che le ricadevano sulle spalle, occhi verdi felini, un corpo che sfidava la gravità nonostante l’età. Il tailleur aderente esaltava curve generose, seni pieni che premevano contro la camicetta bianca.
“La questione è semplice,” disse lei, la voce roca e sensuale. “O accetti quello che stiamo per chiederti, e continui a lavorare qui con prospettive eccellenti, oppure…” lasciò la frase in sospeso, accarezzandogli la guancia con un dito.
“Oppure ti accompagniamo alla porta,” concluse Giovanni, tornando alla scrivania e sedendosi sulla poltrona di pelle. “Subito. Senza referenze.”
Andrea li guardò entrambi, il cervello in cortocircuito. “Cosa… cosa volete da me?”
Sara sorrise, mordendosi il labbro inferiore. Le sue dita scesero lungo il petto del ragazzo, fermandosi alla cintura. “Vogliamo che mi scopi. Qui. Ora. Mentre mio marito guarda.”
Il silenzio che seguì fu assordante. Andrea sentì il sangue affluire al cazzo, che iniziò a indurirsi tradendo ogni tentativo di mantenere il controllo. Guardò Giovanni, cercando una conferma, un segno che fosse uno scherzo assurdo. Ma l’avvocato annuì, lo sguardo già velato da un’eccitazione malata.
“Hai cinque secondi per decidere,” disse Sara, la mano che ora premeva apertamente contro il rigonfiamento nei suoi pantaloni. “Cinque… quattro…”
“Sì,” ansimò Andrea, la razionalità travolta dall’istinto. “Sì, cazzo. Sì.”
QUESTIONE DI POTERE E SOTTOMISSIONE
Sara non perse tempo. Gli afferrò la cravatta e lo tirò verso di sé, schiacciando le labbra contro le sue in un bacio vorace, invasivo. La lingua della donna esplorò la sua bocca con un’urgenza animalesca mentre le sue mani esperte gli slacciavano la cintura. Andrea ricambiò con foga, le mani che corsero a sbottonarle la camicetta. I bottoni saltarono, rivelando un reggiseno di pizzo nero che a malapena conteneva quelle tette magnifiche.
“Dio, sei duro come il marmo,” gemette Sara, liberando il suo cazzo dalla prigionia dei boxer. Lo strinse con decisione, iniziando a segarlo con movimenti esperti. “Giovanni, guarda che arnese si ritrova la tua puttana di moglie.”
Andrea voltò lo sguardo verso l’avvocato. Giovanni si era slacciato i pantaloni e si stava accarezzando lentamente il cazzo, già semi-eretto, gli occhi fissi sulla scena con un misto di umiliazione e desiderio. “Prendila,” sussurrò con voce rotta. “Prendila come non riesco più a fare io.”
Sara rise, un suono gutturale e osceno. Si liberò della gonna, rivelando un perizoma che scompariva tra le natiche sode. Si sdraiò sulla scrivania, spazzando via documenti e penne, le gambe aperte in un invito esplicito. La figa era già bagnata, le labbra gonfie e lucide.
“Vieni qui e sfondami,” ordinò, gli occhi che brillavano di lussuria. “Fammi sentire cosa significa essere scopata da un vero uomo.”
Andrea si posizionò tra le sue cosce, il cuore che pompava adrenalina pura. Guidò il cazzo contro l’ingresso della sua fica e affondò con una spinta decisa. Sara urlò, la schiena che si inarcò, le unghie che gli graffiarono le spalle attraverso la camicia. Era stretta, bollente, perfetta.
“Cazzo, sì!” gridò lei, avvolgendogli le gambe intorno ai fianchi. “Scopami! Scopami forte!”
Andrea iniziò a pompare con ritmo crescente, ogni spinta che faceva tremare la scrivania. Il suono osceno della carne contro carne riempiva l’ufficio, mescolandosi ai gemiti di Sara e ai respiri affannosi di Giovanni. Il marito continuava a segarsi, ipnotizzato dalla vista del cazzo giovane e grosso che entrava e usciva dalla fica di sua moglie.
“Ti piace, vero?” sibilò Andrea, sorpreso dalla propria audacia. “Ti piace vedere tua moglie inchiodata da un altro?”
“Sì,” gemette Giovanni, la voce carica di vergogna e piacere. “Sì, cazzo. Continua.”
Sara rise ancora, poi afferrò Andrea per i capelli e lo tirò giù per un altro bacio. “Girami,” ansimò contro le sue labbra. “Voglio che mi prendi da dietro come una cagna.”
LA RESA TOTALE DELL’AVVOCATO
Andrea la fece scendere dalla scrivania e la girò bruscamente, piegandola in avanti. Sara si appoggiò con le mani sul legno lucido, il culo perfetto sollevato in offerta. Lui le diede uno schiaffo sulla natica, lasciando un’impronta rossa sulla pelle chiara, poi affondò di nuovo nella sua fica calda e accogliente.
La pecorina era devastante. Andrea la martellava senza pietà, le mani che le stringevano i fianchi, il bacino che sbatteva contro quel culo sodo producendo un suono ipnotico. Sara urlava oscenità, il viso contratto in una maschera di puro piacere. Le sue tette dondolavano a ogni spinta, i capezzoli duri che sfregavano contro il legno freddo.
“Più forte!” supplicò. “Distruggi questa fica! Fammi vedere quanto sono una troia!”
Giovanni si era alzato dalla poltrona e si era avvicinato, continuando a masturbarsi. Il suo cazzo era completamente duro ora, anche se notevolmente più piccolo di quello del tirocinante. Guardava la scena da vicino, gli occhi vitrei, la bocca semiaperta.
“È bellissima così, vero?” gli chiese Andrea, rallentando il ritmo per prolungare il piacere. “La tua signora moglie, l’avvocato rispettabile, ridotta a una puttana in calore.”
“Sì,” ansimò Giovanni. “È perfetta. È… è quello che merita.”
Sara gemette, poi voltò la testa verso il marito. “Vieni qui,” ordinò. “Voglio il tuo cazzo in bocca mentre lui mi sfonda.”
Giovanni obbedì immediatamente, posizionandosi davanti a lei. Sara aprì la bocca e lo inghiottì avidamente, succhiando con foga mentre Andrea riprendeva a scoparla con violenza rinnovata. La scena era surreale: la donna incastrata tra due uomini, usata da entrambi, completamente abbandonata al piacere.
Dopo qualche minuto, Andrea sentì la necessità di cambiare ancora. La fece sdraiare su un fianco sulla scrivania, sollevandole una gamba e penetrandola in quella posizione angolata che gli permetteva di andare ancora più a fondo. Sara strillò, il corpo scosso da tremori, mentre continuava a succhiare il cazzo del marito con dedizione oscena.
“Sto per venire,” gemette Andrea, sentendo le palle che si contraevano.
“No,” disse Sara, staccandosi dalla bocca di Giovanni. “Non ancora. Prima voglio che mi scopi il culo.”
Gli occhi di Andrea si spalancarono. Guardò Giovanni, che annuì freneticamente.
“Fallo,” supplicò l’avvocato. “È il suo regalo preferito. E io… io non riesco più a darglielo come si deve.”
Sara si mise carponi sulla scrivania, raggiungendo dietro per spalmarsi le natiche. “C’è del lubrificante nel cassetto,” indicò. “Preparami per bene e poi sfondami anche lì.”
Andrea trovò il tubetto e ne versò una generosa quantità sul buco stretto di Sara. Iniziò a massaggiarlo con un dito, poi due, preparandola con cura. Lei gemeva, spingendo indietro contro la sua mano, impaziente.
Quando fu pronta, Andrea posizionò la cappella contro l’anello di muscoli e iniziò a spingere. La resistenza era forte, ma Sara era chiaramente abituata. Poco a poco, il suo cazzo scivolò dentro quel buco strettissimo e bollente. La sensazione era indescrivibile.
“Oh Dio,” gemette, iniziando a muoversi lentamente. “È incredibile.”
“Scopami il culo!” urlò Sara. “Dai, sfondamelo! Fammi sentire viva!”
Andrea aumentò il ritmo, ogni spinta che lo portava più vicino all’orgasmo. Giovanni si era posizionato di fianco, masturbandosi furiosamente, gli occhi fissi sul punto dove il cazzo del tirocinante spariva nel culo di sua moglie.
L’EPILOGO NELL’UFFICIO DEI PIACERI PROIBITI
La tensione divenne insostenibile. Andrea sentiva i muscoli addominali contrarsi, le palle che bruciavano. “Sto venendo,” ansimò. “Cazzo, sto per esplodere.”
“Tiralo fuori,” ordinò Sara con voce roca. “Voglio la tua sborra in bocca. Voglio assaggiarti.”
Andrea si sfilò dal suo culo con un gemito e Sara si girò rapidamente, inginocchiandosi davanti a lui. Aprì la bocca e gli inghiottì il cazzo fino in gola, succhiando con una foga disperata. La tecnica era perfetta: lingua che massaggiava, labbra che stringevano, gola che si rilassava per accoglierlo tutto.
Bastarono poche succhiate profonde per farlo esplodere. Andrea urlò, le mani che le afferravano i capelli, mentre fiumi di sborra calda le riempivano la bocca. Sara ingoiò tutto, continuando a succhiare per estrarre fino all’ultima goccia, gli occhi chiusi in estasi.
Giovanni gemette e venne anche lui, la sborra che gli schizzò sulla mano e sul pavimento, il corpo scosso da spasmi. Rimase lì, ansimante, mentre Sara si alzava leccandosi le labbra con soddisfazione.
“Benvenuto nello studio, Andrea,” disse lei con un sorriso malizioso, ricomponendosi la gonna. “Credo che ti troverai molto bene qui.”
Giovanni, ancora tremante, si pulì con un fazzoletto e si rivestì. “Domani inizierai a lavorare sul caso Bernardi,” disse con voce più ferma, come se nulla fosse accaduto. “E… ti aspettiamo per un drink a casa nostra venerdì sera. Sara vorrebbe… approfondire la conoscenza.”
Andrea annuì, ancora stordito da quello che era appena successo. Mentre si rivestiva, incrociò lo sguardo di Sara nello specchio. Lei gli fece l’occhiolino, passandosi la lingua sulle labbra ancora lucide.
Forse, pensò Andrea, quello stage si sarebbe rivelato molto più formativo di quanto avesse mai immaginato.



